Ricerca di coerenza nella lettura e vicende editoriali agghiaccianti come quella italiana possono far sorgere una domanda riguardo le opere di Robin Hobb: sono – e quanto – legate fra loro?
Due tesi si contrappongono a proposito delle principali trilogie componenti la saga degli Antichi (in ordine di pubblicazione:
I Lungavista,
I Mercanti di Borgomago e
L'uomo ambrato): secondo alcuni, la trilogia de
L'uomo ambrato è la continuazione di quella de
I Lungavista, mentre
I Mercanti di Borgomago sono un
corpus a sé stante; per altri – più accorti o meglio informati – la storia narrata nelle tre trilogie (per un totale di nove romanzi nell'edizione originale) è un'unica realtà narrativa, impossibile da scomporre in parti isolate né tantomeno da leggere senza seguire l'ordine di scrittura.
La prima tesi – fatta propria, ahinoi!, dalla casa editrice Fanucci – si basa su dati evidenti
prima facie ma indubbiamente superficiali: le trilogie de
I Lungavista e de
L'uomo ambrato sono narrate in prima persona da FitzChevalier Lungavista, e sono prevalentemente ambientate nei Sei Ducati; la trilogia de
I Mercanti di Borgomago (in Italia edita in cinque romanzi di cui l'ultimo pubblicato con inescusabile ritardo) è invece scritta in terza persona e ambientata molto più a sud, nel vasto specchio d’acqua fra le città di Borgomago e Jamaillia. Le due trilogie di Fitz, inoltre, hanno in comune quasi tutti i personaggi principali, per lo più assenti nell'altro ciclo.
Quanto finora affermato, però, non riesce ad ogni modo a giustificare una visione disgiunta delle trilogie. Maggiori e più convincenti elementi portano, infatti, a concludere che vi è non soltanto un'affinità ideologica e d'ambientazione fra i nove romanzi, bensì una più penetrante continuità logico-cronologica indispensabile per la comprensione – e il godimento – della lettura.
Per ricomporre tutte le apparenti antinomie fra
I Lungavista,
I Mercanti di Borgomago e
L'uomo ambrato, dobbiamo considerare che l'autrice intende presentare al lettore una Storia del mondo da lei creato, o meglio la Storia in un determinato lasso di tempo (circa trent'anni) denso di eventi: dall'estremo sud alle isole del ghiacciato nord, in questo periodo si verificano cambiamenti epocali concatenati l'uno con l'altro. Il filo conduttore da seguire è il disegno profetico di Beloved (Amato nella traduzione italiana). Tutta la narrazione di tale Storia ha una struttura triangolare ben definita: alla base stanno i fatti delle prime due trilogie, distanti pochi anni e in apparente antitesi; al vertice troviamo le vicende de
L'uomo ambrato, equilibrata sintesi e al contempo superamento delle precedenti.
In base a questo schema sono ricomponibili, fra le altre, le citate antinomie stilistiche: l'io narrante monolitico e in prima persona de
I Lungavista – così simile a delle memorie di un ormai anziano Fitz – si contrappone alla terza persona onnisciente che segue contemporaneamente i numerosi accadimenti di Borgomago e dintorni; ne
L'uomo ambrato si ritrovano entrambe le esperienze, in quanto viene fatta salva la prima persona ma è affiancata da testi all'apertura di ogni capitolo sempre più emancipati da Fitz, con la funzione di introdurre informazioni su situazioni che la prima persona narrante non potrebbe mai conoscere. Così facendo, viene mantenuta l'interiorizzazione e la cura per le emozioni della prima persona, ma non è sacrificata l'esigenza di conoscere vicende lontane – a tutto vantaggio della ricchezza della trama
(vedi ex plurimis Il destino dell'assassino, capitoli 30 e 33).
A sostegno della tesi dell’unitarietà della narrazione vi sono anche tematiche ricorrenti: in questa sede mi riferisco soprattutto alla non casuale ripetizione di determinati concetti – spesso con parole uguali – lungo i nove romanzi.
"Il sangue è memoria" è una frase che si trova diverse volte, oltre che un concetto presente in molti capitoli. Nella trilogia de
I Lungavista, ad esempio, i draghi di pietra si risvegliano solo con i ricordi; vi sono due modi per infonderli nella roccia, attraverso l'Arte o molto più rapidamente bagnandoli col sangue (vedi
Il viaggio dell'assassino, cap. 39). Ne
I Mercanti di Borgomago, il veliero vivente Vivacia, interrogandosi sulla propria natura, lo mormora due volte, la prima ne
La nave della pazzia al capitolo 14 dicendo proprio
"Il sangue è memoria", la seconda ne
La nave dei pirati al capitolo 8 sostenendo:
"Il sangue ricorda. Il sangue non rammenta giorni e notti ed eventi. Il sangue rammenta l'identità"; scolpita nel legno magico e risvegliata dalle morti dei suoi proprietari, la nave ne assorbe e conserva i ricordi, acquistandone l'identità. Nella trilogia de
L'uomo ambrato, Fitz, distrutto dal dolore per la perdita del primo dei suoi amici, sente nella sua mente risuonare
"Il sangue è memoria" mentre stringe un corpo straziato che sangue non contiene più
(vedi Il destino dell'assassino, cap. 29).
Giungere ad accostare nei momenti più tragici sangue e ricordi significa ricollegare la propria identità al legame più forte che esista, quello familiare: ogni personaggio, pur vivendo una propria e distinta dimensione narrativa, deve irrimediabilmente fare i conti con ciò che è, quindi con il risultato dell'educazione ricevuta in famiglia, delle conoscenze – i ricordi – che gli sono stati tramandati. Questa concezione – che a certuni può sembrare conservatrice – si riscontra più facilmente in quei personaggi che con la loro famiglia vorrebbero recidere ogni vincolo d'appartenenza: in maniera diversa, Fitz e Althea. Né le origini spurie del primo né l'indole ribelle della seconda possono cancellare il Lungavista e la Vestrit in loro, perché le famiglie ne hanno forgiato l'identità e – insegna la psicanalisi – combattere se stessi è una battaglia vana
(vedi, per quanto riguarda l'inscindibilità di tali legami, Il destino dell'assassino, cap. 15:
"Certi legami non possono essere troncati con una parola. Certi legami esistono, e basta. Sono i legami che tengono insieme il mondo e il tempo"). Come i ricordi condivisi dal sangue creano la parentela, così l'instabile identità dei draghi di pietra e dei velieri viventi – con la loro fedeltà – può essere guadagnata solo attraverso un dono di sangue a ricreare un legame altrimenti carnale. D'altra parte la grande tara degli uomini è proprio quella di non ricordare lungo la linea di sangue più che per qualche generazione: i draghi invece, enormemente più saggi, portano seco i ricordi di tutta la loro razza e per questo hanno un'identità più solida, meno volatile, quasi magnetica.
Più volte nei nove romanzi è ripetuto un altro concetto importante: indipendentemente a cosa accada alla nostra mente, il nostro corpo tenta sempre di andare avanti, di vivere. Questa riflessione si adatta sia a personaggi forti che pavidi, in quanto non dipende dal carattere dell'uomo ma dalla sua intrinseca natura, dalla parte animale che è in lui.
"Non importa quello che succede, il corpo tenta sempre di continuare a vivere" è l'osservazione della granitica Ronica Vestrit nel capitolo 15 de
La nave dei pirati, ripresa quasi testualmente nel capitolo 7 de
La nave del destino:
"La vita lotta per continuare, ad ogni costo". La stessa riflessione è presente anche nella trilogia de
L'uomo ambrato, dove a proposito di un drago si legge:
"Il corpo sceglie sempre la vita" (vedi Il destino dell'assassino, cap. 23).
Tali osservazioni, di solito, seguono momenti di grande dolore come i lutti, e si riferiscono alla resistenza formidabile del corpo di fronte alle avversità: lentamente e per gradi, si riprende da ogni evento traumatico che invece prostra la mente, poiché tende biologicamente ala sopravvivenza. La perdita di un compagno amato o altro evento parimenti tragico non possono annientare e sopraffare una persona giacché la vita non è legata ad un singolo accadimento, ma è parte di una trama ben più vasta e intricata che forma la Storia universale del mondo; se una contingenza privata può deprimere la mente, essa nulla o poco può sul corpo, che per antica legge di natura tende a difendersi dagli eventi estranei rimuovendoli o – meglio – rendendoli accettabili attraverso la loro trasformazione in memorie, che il corpo perpetuerà senza esserne distrutto
(vedi Il viaggio dell'assassino, cap. 1).
Parimenti in tutte e tre le trilogie si ritrova la distinzione fra amore e bisogno; limitiamoci qui a pochi e rapidi sguardi su un panorama vastissimo.
Il primo, l'amore, è trasversale fra generi, rapporti e generazioni, uguale per la propria donna e per un amico
(vedi per tutti Il viaggio dell'assassino, cap. 30); il secondo è l'impulso fisico che spinge una persona verso un'altra, sia di natura erotica
(vedi per tutti La nave dei pirati, cap. 15: "Perché amare deve avere un prezzo? Perché il bisogno deve essere mescolato all’amore?") che non
(vedi L'apprendista assassino, capitolo 3: "Non è necessario amare per essere dipendenti. Quella sensazione di potermi fidare di Burrich era l'unica vera stabilità che avessi nella mia vita"). I due fenomeni sono radicalmente diversi e spesso si escludono a vicenda: ne
La nave del destino al capitolo 29 si osserva che
"L'amore può esistere senza bisogno", mentre ne
La furia dell'assassino, al capitolo 3, Fitz esclama:
"L'amicizia non è sempre basata sul bisogno, Devoto. Ma ti dirò con chiarezza che ho bisogno di te nella mia vita."
L'amore non è solo sesso
(vedi ex plurimis La furia dell'assassino, capitolo 16: "L'amore è più che giacere insieme, ragazzo") e il solo sesso non è che mero bisogno, per rimediare al quale si può ricorrere anche alla prostituzione, purché non si finga amore
(vedi su tutti La nave dei pirati, capitolo 15: "Un momento fa hai parlato di amore senza bisogno. Saziare il bisogno senza amore è furto. Se è questo che vuoi, paga qualcuno. Ma non rubarlo a Grag sotto la pretesa che siete liberi"). Una distinzione così netta è in gran parte scevra da giudizi morali: il bisogno in sé non è vergognoso, ma lo diventa se si cerca di farlo passare per ben altro, per amore.
Dal punto di vista dell'intreccio, infine, la trilogia de
I Mercanti di Borgomago si configura come un'ampia digressione rispetto alle avventure di Fitz nei Sei Ducati – mai dimenticate ma sempre sullo sfondo – e al contempo come la necessaria base per una narrazione di insieme: potrebbe la Storia di un mondo essere decisa solo da quanto accade in una sua regione?
La differenza relativa di ambientazione non deve essere intesa come estraneità di vicende, bensì – seguendo la lezione di L. McMaster Bujold nel ciclo di
Chalion, e ancora prima di J.R.R. Tolkien ne
Il Silmarillion – è indice di unicità della trama, separata meramente sul piano geografico.
La necessità di una Storia universale con un'ampissima base e un vertice apicale, inoltre, è ben rappresentata dalla figura di Beloved: sotto diversi nomi e diverse sembianze, questo personaggio di inusuale statura attraversa tutti e nove i romanzi, inseguendo la Storia e cercando di cambiarla; sua è la visione d'insieme che il lettore deve fare propria per comprendere interamente il disegno dell'autrice: Fitz è il personaggio principale della saga e l'artefice dei più cruciali cambiamenti, ma questi sono dovuti anche alle azioni di molti altri individui. Beloved – che in quanto profeta ha una visione teleologica delle umane vicissitudini – è il filo robusto ma ben mimetizzato che unisce le trilogie, sia con la sua fisica presenza che con la previsione di un fine ultimo cui le singole scelte dei personaggi tendono, talvolta inconsapevolmente.
Alla luce di quanto fino a qui osservato, sembra chiaro che la storia della Saga degli Antichi sia una e una sola: le tre trilogie presentano elementi di omogeneità e specificità proprie e in continua dialettica, ma alla luce dell'intero progetto letterario e di ormai noti elementi stilistici tematici e narrativi è impossibile considerarle opere a sé. Per la piena comprensione e godibilità, i romanzi di Robin Hobb vanno letti nell'ordine di creazione e con sguardo d'insieme, dal punto di vista di Beloved e considerando la struttura triangolare della narrazione, con buona pace degli strafalcioni dell'editoria nostrana.