18-03-2009, 18:40
SPOILER INTERA TRILOGIA
Fides (in latino fiducia e fedeltà) mi sembra la parola fondante della Trilogia dei Lungavista di Robin Hobb, il messaggio ispiratore di tre ottimi libri da cui parte il mio ragionamento. Non riassumerò per ovvi motivi la trama, quindi chi non ha letto non cerchi di seguirmi.
Fitz è un bastardo, escluso dalla linea di successione, ricordiamolo bene. Trova il suo posto a corte in quanto si impegna col re-nonno Sagace a divenire il suo assassino, il suo strumento: rinuncia alla propria libertà di autodeterminazione diventando Uomo del Re, prono al suo volere per il sommo bene del regno. Il suo stesso addestramento serve in gran parte a forgiarlo come arma, rendendolo sia letale sia pronto agli ordini della mano che la impugna. Ecco cosa gli dice il suo maestro:
“Non fingere mai di essere qualcosa di diverso da ciò che sei. Noi siamo assassini. Non agenti misericordiosi di un re saggio. Assassini politici che infliggono la morte per sostenere la nostra monarchia. Ecco cosa siamo” L’Apprendista Assassino
Fitz viene letteralmente formato dalla volontà del nonno-re: il suo percorso di crescita e studio è mirato unicamente a spersonalizzarlo, a renderlo fin nelle cose più banali, un mero esecutore. Uomo del Re, si dirà, tale proprio perché pone al vertice della sua piramide assiologia la fedeltà verso Sagace. Ciò comporta una dismissione parziale della propria libertà di giudizio in favore di quella del re. Fitz è in pratica addestrato alla fedeltà come uno dei cavalli o cani di Burrich:
“Con la paura non si insegna molto che valga la pena di conoscere. Chi cerca di insegnare con la violenza e le minacce è un cattivo insegnante. Immagina di domare un cavallo in quel modo. O un cane. Perfino il cane dalla testa più dura impara meglio da una mano aperta che da un bastone” L’Apprendista Assassino
Burrich, Umbra e Pazienza – i protettori di Fitz – sono anch’essi legati al ragazzo da vincoli di fedeltà assoluti e invincibili: i primi due alla memoria di Chavalier, il secondo in quanto egli stesso Uomo del Re. La fedeltà esplica il suo effetto anche verso i morti, valica – come forma d’amore forse – la linea della vita. Umbra – ad esempio – è talmente fedele al trono che, venuta meno la possibilità che Fitz ristabilisca la legittima monarchia, lo abbandona: non per crudeltà o cinismo, ma perché la fedeltà gli impone di volgere altrove le proprie forze.
Fitz stesso, però, crea vincoli di fedeltà nuovi, e lo fa con gli animali, Nasuto e Occhi di Notte in particolare. Fermaci qui, per capire meglio il cuore dell’intera trilogia. Burrich avverte Fitz che è pericoloso usare lo Spirito, che è esecrabile addirittura, arrivando a rinnegare parzialmente la fedeltà dovuta alla memoria di Chavalier per questo. Perché? Perché il legame che così si crea tra uomo e bestia – un legame di fedeltà assoluta – può portare l’uomo a perdere totalmente se stesso nella volontà dell’altro, a non essere più padrone del proprio destino. È quello che succede, in realtà, nel rapporto Sgace-Fitz: il secondo si perde totalmente nella volontà del primo. Quando a Sagace subentra Veritas – con cui si istaura fin da subito una forte fedeltà – il discorso non cambia: Fitz rischia tutto per il Re-in-attesa, esattamente come Occhi di Notte rischia tutto – e Nasuto si sacrifica – per Fitz. La fedeltà si configura allora come abdicazione alla libertà di scelta e fiducia nelle scelte dell’altro. Fitz dirà di Occhi di Notte:
“Una cosa è essere pronti a morire per un altro. Un’altra è rinunciare a vivere la propria vita. È questo che lui mi offre. La stessa lealtà che io offro al mio re” Il Viaggio dell’Assassino
I pericoli, come accennavo, sono però sempre alle porte. Una personalità in formazione rischia di estinguersi nella fedeltà all’altra, il pericolo corso da Fitz in Occhi di Notte quando era ancora ragazzo e soprattutto con Sagace. Con la crescita spirituale del nostro protagonista, tale pericolo viene meno, e potrà dire:
“Adesso eravamo entrambi più saggi. Potevamo condividere, ma l’uno non poteva diventare l’altro. Non senza che perdessimo tutti e due” Il Viaggio dell’Assassino
Veniamo ora alla coppia reale, Kettricken e Veritas. La prima è Sacrificio del suo popolo, cioè lo serve, proprio sulla base del patto di fedeltà: essa potrà ottenere la fedeltà – intesa come obbedienza – del suo popolo, solo in misura pari alla fiducia che lo stesso potrà riporre nelle sue scelte – fiducia che sorge proprio dalla disponibilità al sacrificio. Lo stesso capisce bene anche Veritas: egli si sacrifica di persona per i Sette Ducati e pretende che Fitz sacrifichi la sua vita al servizio della corona. Non è una mancanza di amore – né il chiedere né il dare – ma la prova che la fedeltà è un qualcosa di doloroso, un incontro travagliato e inevitabile fra due volontà. Dirà Veritas a Fitz:
“Prenditi cura di te stesso meglio di quanto abbia fatto io. Ti amavo, lo sai […]. Malgrado tutto quello che ti ho fatto, ti amavo” Il Viaggio dell’Assassino
La volontà è un elemento imprescindibile della fedeltà: Galen, cui era stata inculcata a forza la fedeltà verso il trono, riesce a volgere al male tutto quello che fa, inghiottito da un fanatismo feroce e disperato, privo cioè della consapevolezza della libertà della sua scelta.
Peraltro, a sostegno che la fedeltà sia la caratteristica fondante dell’umanità – anche di un animale, abbiamo visto, perché con essa ci si allontana dagli istinti ferini – sta il fenomeno dei Forgiati: a caratterizzarli non è la ferocia delle loro azioni, ma il fatto che essi non riconoscono vincoli alcuni, capaci di uccidere i propri amici e parenti senza apparente motivo. Non sono più uomini perché hanno perso la fedeltà. La loro assoluta libertà di scelta è, in realtà, una perdità di umanità.
Potrei continuare in esempi e riflessioni, ma mi fermo qui. Penso sia dimostrato che la fedeltà è il motore dell’intera azione narrativa e insieme il collante della trama, perché non si potrebbero diversamente spiegare le scelte talvolta incomprensibili dei personaggi. La fedeltà diventa così anche uno strumento ermeneutico per comprendere la trilogia e il senso di fatalità che la percorre, per apprezzare la maestria dell’autrice e la grandezza della sua Opera.
Fides (in latino fiducia e fedeltà) mi sembra la parola fondante della Trilogia dei Lungavista di Robin Hobb, il messaggio ispiratore di tre ottimi libri da cui parte il mio ragionamento. Non riassumerò per ovvi motivi la trama, quindi chi non ha letto non cerchi di seguirmi.
Fitz è un bastardo, escluso dalla linea di successione, ricordiamolo bene. Trova il suo posto a corte in quanto si impegna col re-nonno Sagace a divenire il suo assassino, il suo strumento: rinuncia alla propria libertà di autodeterminazione diventando Uomo del Re, prono al suo volere per il sommo bene del regno. Il suo stesso addestramento serve in gran parte a forgiarlo come arma, rendendolo sia letale sia pronto agli ordini della mano che la impugna. Ecco cosa gli dice il suo maestro:
“Non fingere mai di essere qualcosa di diverso da ciò che sei. Noi siamo assassini. Non agenti misericordiosi di un re saggio. Assassini politici che infliggono la morte per sostenere la nostra monarchia. Ecco cosa siamo” L’Apprendista Assassino
Fitz viene letteralmente formato dalla volontà del nonno-re: il suo percorso di crescita e studio è mirato unicamente a spersonalizzarlo, a renderlo fin nelle cose più banali, un mero esecutore. Uomo del Re, si dirà, tale proprio perché pone al vertice della sua piramide assiologia la fedeltà verso Sagace. Ciò comporta una dismissione parziale della propria libertà di giudizio in favore di quella del re. Fitz è in pratica addestrato alla fedeltà come uno dei cavalli o cani di Burrich:
“Con la paura non si insegna molto che valga la pena di conoscere. Chi cerca di insegnare con la violenza e le minacce è un cattivo insegnante. Immagina di domare un cavallo in quel modo. O un cane. Perfino il cane dalla testa più dura impara meglio da una mano aperta che da un bastone” L’Apprendista Assassino
Burrich, Umbra e Pazienza – i protettori di Fitz – sono anch’essi legati al ragazzo da vincoli di fedeltà assoluti e invincibili: i primi due alla memoria di Chavalier, il secondo in quanto egli stesso Uomo del Re. La fedeltà esplica il suo effetto anche verso i morti, valica – come forma d’amore forse – la linea della vita. Umbra – ad esempio – è talmente fedele al trono che, venuta meno la possibilità che Fitz ristabilisca la legittima monarchia, lo abbandona: non per crudeltà o cinismo, ma perché la fedeltà gli impone di volgere altrove le proprie forze.
Fitz stesso, però, crea vincoli di fedeltà nuovi, e lo fa con gli animali, Nasuto e Occhi di Notte in particolare. Fermaci qui, per capire meglio il cuore dell’intera trilogia. Burrich avverte Fitz che è pericoloso usare lo Spirito, che è esecrabile addirittura, arrivando a rinnegare parzialmente la fedeltà dovuta alla memoria di Chavalier per questo. Perché? Perché il legame che così si crea tra uomo e bestia – un legame di fedeltà assoluta – può portare l’uomo a perdere totalmente se stesso nella volontà dell’altro, a non essere più padrone del proprio destino. È quello che succede, in realtà, nel rapporto Sgace-Fitz: il secondo si perde totalmente nella volontà del primo. Quando a Sagace subentra Veritas – con cui si istaura fin da subito una forte fedeltà – il discorso non cambia: Fitz rischia tutto per il Re-in-attesa, esattamente come Occhi di Notte rischia tutto – e Nasuto si sacrifica – per Fitz. La fedeltà si configura allora come abdicazione alla libertà di scelta e fiducia nelle scelte dell’altro. Fitz dirà di Occhi di Notte:
“Una cosa è essere pronti a morire per un altro. Un’altra è rinunciare a vivere la propria vita. È questo che lui mi offre. La stessa lealtà che io offro al mio re” Il Viaggio dell’Assassino
I pericoli, come accennavo, sono però sempre alle porte. Una personalità in formazione rischia di estinguersi nella fedeltà all’altra, il pericolo corso da Fitz in Occhi di Notte quando era ancora ragazzo e soprattutto con Sagace. Con la crescita spirituale del nostro protagonista, tale pericolo viene meno, e potrà dire:
“Adesso eravamo entrambi più saggi. Potevamo condividere, ma l’uno non poteva diventare l’altro. Non senza che perdessimo tutti e due” Il Viaggio dell’Assassino
Veniamo ora alla coppia reale, Kettricken e Veritas. La prima è Sacrificio del suo popolo, cioè lo serve, proprio sulla base del patto di fedeltà: essa potrà ottenere la fedeltà – intesa come obbedienza – del suo popolo, solo in misura pari alla fiducia che lo stesso potrà riporre nelle sue scelte – fiducia che sorge proprio dalla disponibilità al sacrificio. Lo stesso capisce bene anche Veritas: egli si sacrifica di persona per i Sette Ducati e pretende che Fitz sacrifichi la sua vita al servizio della corona. Non è una mancanza di amore – né il chiedere né il dare – ma la prova che la fedeltà è un qualcosa di doloroso, un incontro travagliato e inevitabile fra due volontà. Dirà Veritas a Fitz:
“Prenditi cura di te stesso meglio di quanto abbia fatto io. Ti amavo, lo sai […]. Malgrado tutto quello che ti ho fatto, ti amavo” Il Viaggio dell’Assassino
La volontà è un elemento imprescindibile della fedeltà: Galen, cui era stata inculcata a forza la fedeltà verso il trono, riesce a volgere al male tutto quello che fa, inghiottito da un fanatismo feroce e disperato, privo cioè della consapevolezza della libertà della sua scelta.
Peraltro, a sostegno che la fedeltà sia la caratteristica fondante dell’umanità – anche di un animale, abbiamo visto, perché con essa ci si allontana dagli istinti ferini – sta il fenomeno dei Forgiati: a caratterizzarli non è la ferocia delle loro azioni, ma il fatto che essi non riconoscono vincoli alcuni, capaci di uccidere i propri amici e parenti senza apparente motivo. Non sono più uomini perché hanno perso la fedeltà. La loro assoluta libertà di scelta è, in realtà, una perdità di umanità.
Potrei continuare in esempi e riflessioni, ma mi fermo qui. Penso sia dimostrato che la fedeltà è il motore dell’intera azione narrativa e insieme il collante della trama, perché non si potrebbero diversamente spiegare le scelte talvolta incomprensibili dei personaggi. La fedeltà diventa così anche uno strumento ermeneutico per comprendere la trilogia e il senso di fatalità che la percorre, per apprezzare la maestria dell’autrice e la grandezza della sua Opera.





Credo che non ti ringrazierò mai abbastanza.