27-12-2009, 20:53
Ho finalmente trovato un titolo per la mia storia fantascientifica, almeno provvisorio... Vi sarei molto grata se la leggeste, non per menzionare che per me è più facile scrivere se so che qualcuno legge il mio lavoro. 
ho come l'impressione che il mio stile di scrittura sia stato troppo influenzato dalla Hobb...
comunque, come da suggerimento di Wintrow, metterò la storia una pagina per messaggio... il che significa molti messaggi.
AVVERTENZA: contiene scene brutali, cannibalismo

ho come l'impressione che il mio stile di scrittura sia stato troppo influenzato dalla Hobb...
comunque, come da suggerimento di Wintrow, metterò la storia una pagina per messaggio... il che significa molti messaggi.
AVVERTENZA: contiene scene brutali, cannibalismo
Spoiler [leggi]
01- UNA CASSA PIENA DI ARTI E UNO ZMAHODIANO MEZZO MORTO
Fu il risveglio più brutto della mia vita.
Nel momento in cui I miei occhi si aprirono esitanti sulla stanza buia, combattendo contro la pesantezza delle palpebre, il dolore mi colpì con la potenza di una martellata, schiacciandomi il petto, quasi impedendomi di respirare. Pulsava lentamente con il mio respiro, una sensazione rossa, calda, violenta a ogni articolazione e in ogni centimetro del corpo. Non sapevo cosa fosse successo. Il dolore mi schiacciava, e mi terrorizzava. Per qualche secondo rimasi in posizione sdraiata, controllando il respiro, gli occhi spalancati nell'oscurità e in un silenzio che non mi era familiare. Rimasi immobile, tranne il respiro sottile e controllato per trattenere il panico che minacciava di soffocarmi, adattando gli occhi al buio della stanza finché non fui in grado di distinguerne ogni particolare.
Dal freddo che irradiava dalla schiena, fluendo nel mio sangue insieme al dolore, giudicai di essere sdraiato su un tavolo metallico, di poco più lungo del mio corpo.
Mi mossi con cautela, lentamente, trasalendo quando le fitte di dolore mi accoltellarono alla base del cranio.
La stanza era molto grande, con un soffitto alto, ma sembrava più piccola per via della quantità enorme di casse e container accatastati ordinatamente lungo le pareti. Sul soffitto si potevano intravedere delle fasce luminose, al momento spente. Il pavimento era solcato da innumerevoli marchi di ruote, cingoli e segni di sporcizia trascinata per il viavai delle casse, che erano fatte entrare da un grande portone poco dietro al tavolo. Era leggermente sollevato rispetto al livello del pavimento, e si poteva raggiungere grazie ad una lieve salita.
Dall'aspetto della stanza, le decorazioni e I simboli sulle casse e il materiale di cui sembravano fatte le pareti, giudicai di essere in un qualche magazzino sul pianeta minerario ghiacciato 12-12-31.
Il freddo che mi attanagliava le ossa confermò la mia ipotesi.
Mi era sempre piaciuto quel particolare pianeta, e anche il clima gelato tipico dei suoi luoghi, ma come molti avrei molto preferito conservare un qualche ricordo di come avevo fatto a giungere lì.
Invece, quando cercai di rammentare, la mia mente incontrò una barriera di silenzio assoluto.
Quella che potrei definire solo come una zona bianca e vuota nella mia mente andava dal mio ultimo ricordo, camminare nei mercati del deserto di 10-4-16 sotto il sole rovente, al mio attuale scomodo risveglio.
Dove ci sarebbero dovuti essere i ricordi, c'era semplicemente un vuoto profondo e snervante.
Era come se il mio cervello saltasse delle fasi.
E il dolore m'impediva di concentrarmi più a fondo. Mi sforzai di tenere l'ansia sotto controllo.
Lentamente e con cautela sollevai un braccio per esaminarlo e rimasi sorpreso vedendolo coperto da varie fasciature, e steccato come se fosse rotto.
Cominciai a rimuovere le bende, con il respiro che si condensava in nuvolette di vapore davanti alla maschera da chirurgo che avvolgeva la parte inferiore del mio volto.
Chiunque avesse fasciato il mio braccio era stato anche abbastanza rispettoso da lasciarla a posto. Feci per togliere le stecche, ma un’ondata di dolore mi fermò.
Tenendo il braccio sollevato davanti agli occhi, lo ammirai come se non lo avessi mai visto.
La pelle bianco latte era un panorama di lividi di tutto lo spettro dei colori, che andavano dal blu nerastro al giallo canarino unendosi in interessanti combinazioni. Sul retro, vicino al gomito, potevo vedere una protuberanza più grande, dove l'osso si era spezzato, ed era stato riaggiustato.
Pur non avendo mai visto tali escoriazioni sul mio corpo, le ricordavo bene addosso ai miei compagni dei tempi nell'esercito di Nuova Russia.
Il danno all'osso era stato goffamente riaggiustato da qualcuno che chiaramente non aveva la minima esperienza in campo medico. Ma non fu questo a sorprendermi.
Fu il risveglio più brutto della mia vita.
Nel momento in cui I miei occhi si aprirono esitanti sulla stanza buia, combattendo contro la pesantezza delle palpebre, il dolore mi colpì con la potenza di una martellata, schiacciandomi il petto, quasi impedendomi di respirare. Pulsava lentamente con il mio respiro, una sensazione rossa, calda, violenta a ogni articolazione e in ogni centimetro del corpo. Non sapevo cosa fosse successo. Il dolore mi schiacciava, e mi terrorizzava. Per qualche secondo rimasi in posizione sdraiata, controllando il respiro, gli occhi spalancati nell'oscurità e in un silenzio che non mi era familiare. Rimasi immobile, tranne il respiro sottile e controllato per trattenere il panico che minacciava di soffocarmi, adattando gli occhi al buio della stanza finché non fui in grado di distinguerne ogni particolare.
Dal freddo che irradiava dalla schiena, fluendo nel mio sangue insieme al dolore, giudicai di essere sdraiato su un tavolo metallico, di poco più lungo del mio corpo.
Mi mossi con cautela, lentamente, trasalendo quando le fitte di dolore mi accoltellarono alla base del cranio.
La stanza era molto grande, con un soffitto alto, ma sembrava più piccola per via della quantità enorme di casse e container accatastati ordinatamente lungo le pareti. Sul soffitto si potevano intravedere delle fasce luminose, al momento spente. Il pavimento era solcato da innumerevoli marchi di ruote, cingoli e segni di sporcizia trascinata per il viavai delle casse, che erano fatte entrare da un grande portone poco dietro al tavolo. Era leggermente sollevato rispetto al livello del pavimento, e si poteva raggiungere grazie ad una lieve salita.
Dall'aspetto della stanza, le decorazioni e I simboli sulle casse e il materiale di cui sembravano fatte le pareti, giudicai di essere in un qualche magazzino sul pianeta minerario ghiacciato 12-12-31.
Il freddo che mi attanagliava le ossa confermò la mia ipotesi.
Mi era sempre piaciuto quel particolare pianeta, e anche il clima gelato tipico dei suoi luoghi, ma come molti avrei molto preferito conservare un qualche ricordo di come avevo fatto a giungere lì.
Invece, quando cercai di rammentare, la mia mente incontrò una barriera di silenzio assoluto.
Quella che potrei definire solo come una zona bianca e vuota nella mia mente andava dal mio ultimo ricordo, camminare nei mercati del deserto di 10-4-16 sotto il sole rovente, al mio attuale scomodo risveglio.
Dove ci sarebbero dovuti essere i ricordi, c'era semplicemente un vuoto profondo e snervante.
Era come se il mio cervello saltasse delle fasi.
E il dolore m'impediva di concentrarmi più a fondo. Mi sforzai di tenere l'ansia sotto controllo.
Lentamente e con cautela sollevai un braccio per esaminarlo e rimasi sorpreso vedendolo coperto da varie fasciature, e steccato come se fosse rotto.
Cominciai a rimuovere le bende, con il respiro che si condensava in nuvolette di vapore davanti alla maschera da chirurgo che avvolgeva la parte inferiore del mio volto.
Chiunque avesse fasciato il mio braccio era stato anche abbastanza rispettoso da lasciarla a posto. Feci per togliere le stecche, ma un’ondata di dolore mi fermò.
Tenendo il braccio sollevato davanti agli occhi, lo ammirai come se non lo avessi mai visto.
La pelle bianco latte era un panorama di lividi di tutto lo spettro dei colori, che andavano dal blu nerastro al giallo canarino unendosi in interessanti combinazioni. Sul retro, vicino al gomito, potevo vedere una protuberanza più grande, dove l'osso si era spezzato, ed era stato riaggiustato.
Pur non avendo mai visto tali escoriazioni sul mio corpo, le ricordavo bene addosso ai miei compagni dei tempi nell'esercito di Nuova Russia.
Il danno all'osso era stato goffamente riaggiustato da qualcuno che chiaramente non aveva la minima esperienza in campo medico. Ma non fu questo a sorprendermi.

