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Blood Memories intervista Francesco Dimitri
Di solito si dice “abbiamo oggi un personaggio che non necessita presentazioni…” Questo pomeriggio, però, ci hai insegnato a fare meraviglie e hai parlato di immaginazione: con grande immaginazione presenta adesso Francesco Dimitri e dicci chi è veramente!

Intanto non vi dico in terza persona chi è Francesco Dimitri, sembrerebbe male. [Ride] Sono uno scrittore, vivo a Londra. Scrivo saggi — anzi, non ne scrivo più da tempo, ne ho scritti — scrivo sostanzialmente fiction, sto lavorando a un progetto per un fumetto che spero vada in porto…



Così triste la vita e la carriera di uno scrittore?

Sì. [Ride] Non mi ricordo chi, ma c’era uno scrittore — ora non mi sta venendo in mente il nome — che dice: “cercate di fare una vita banale in modo che la vostra scrittura non lo sia.” Io cerco di non fare una vita banale in realtà [ride], e non credo di farla, però sono anche convinto che sia necessario essere molto semplici. Quindi se per esempio il tuo lavoro è scrivere, la cosa migliore che tu puoi fare è dire: “Io per lavoro scrivo.”



Mi sembra giusto. Dici che scrivi sia saggistica che romanzi. Sulla saggistica, ora che hai avuto più successo come romanziere — smentiscimi in caso io sbagli — avremo la fortuna di avere ristampati i tuoi saggi? Io sto cercando disperatamente il Manuale del cattivo, ma non riesco a trovarne una copia da nessuna parte…

L’ho visto in giro a prezzi assolutamente ridicoli… Spero di sì. Non ne ho idea. È possibile che qualcosa esca. [Fa una pausa] È possibile, ma sinceramente non ne ho idea. È tutto talmente ancora nel mondo delle idee che non so dirti altro.



Aspetteremo, allora! Per la carriera di romanziere, ho notato che hai pubblicato tre romanzi con tre case editrici importanti: la Gargoyle, Marsilio (che di solito non si prende il compito di pubblicare fantastico), Salani. Leggendo un pochettino quello che dicono i tuoi colleghi, soprattutto gli esordienti, è un mondo di belve. Ci racconti come è stato il tuo approccio al mondo dell’editoria italiana e ci dici soprattutto se ti ha aiutato avere alle spalle quattro pubblicazioni?

È un mondo di belve, confermo. Io ho avuto la fortuna di incontrare alcune brave persone, altre che non lo erano affatto. Avere alle spalle delle pubblicazioni nel campo della saggistica mi ha un po’ aiutato, neanche tanto in realtà: quando fai un romanzo c’è un investimento dell’editore, investe dei soldi nella costruzione fisica dell’oggetto, l’editing, la stampa, comprare la carta… Che tu abbia un curriculum da saggista, quindi, non gli interessa più di tanto, la cosa utile è che sanno che rispetti le scadenze, hanno un’idea che sei un professionista per il fatto che hai almeno le basi. Io ho cambiato tre case editrici e soprattutto ho avuto la fortuna con la Gargoyle, quando ho esordito nella narrativa, di incontrare bravissime persone: la struttura editoriale della Gargoyle, per quanto piccola, è eccezionale, sono bravissimi in quello che fanno. Questo è stato ovviamente un grande trampolino per tutto il resto. Poi ovviamente da cosa nasce cosa… Mi sono sempre trovato a lavorare con grandi professionisti: io ho dei pessimi rapporti con Marsilio in questo momento, ma l’editor di Pan era ed è anche ora un mio carissimo amico — anche lui uscito da Marsilio — è una persona eccezionale che mi ha insegnato moltissimo sulla mia stessa scrittura. Le editor di Alice nel paese della vaporità — Serena e Valentina — sono altre due persone assolutamente eccezionali… ho avuto fortuna!



L’anno scorso qui a Lucca ho comprato Alice — il tuo primo romanzo che ho letto — e ricordo che, quando ti ho chiesto da quale iniziare, mi rispondesti “Puoi iniziare da quello che vuoi, non c’è un ordine ben preciso.” Rimane il fatto però che sono ambientati in un qualcosa — mi pare tu lo avessi definito ‘multiverso’ — di omogeneo, basato sulle stesse regole. Puoi spiegare questo concetto? Chiarire quale rapporto spazio-temporale li lega?

Confermo, sono tutte ambientate nello stesso ‘multiverso’: ci sono dei personaggi che ritornano — a volte soltanto nel nome, ma comunque vengono nominati. Ci sono addirittura degli elementi narrativi che tornano… In Alice c’è una scena in cui lei trova una copia di Pan: alcuni l’hanno presa come un’autocitazione, ma non lo è, c’è un motivo preciso per cui Alice trova Pan in quel momento, l’ho scritto perché lei effettivamente trova una copia del libro. Questo potrebbe avere una certa influenza su alcuni dei libri futuri che scriverò. Ho in mente un progetto narrativo che prende molti mondi e molte storie diverse e che non è precisamente una saga, è un modo per unire varie storie.



Ricordo pure che Alice — e se permetti, è stata per me una delle scene più belle del libro, mentre altre non lo sono — trova Il Signore degli Anelli, definito come un libro antico… ma su questo torneremo! Nei tuoi romanzi, quindi ci sono spesso dei riferimenti al mondo reale in un contesto fantastico: personalmente sono morto dal ridere quando hai citato la puntata di Porta a Porta in Pan. Quali problemi tecnici — più volte hai definito la scrittura artigianato — vi sono nel far convivere reale e fantastico? Si potrebbe dire — sono consapevole che è un’eresia — che scrivere un mondo come quello di Tolkien è più facile: invento tutte le regole io e posso farne quello che voglio…

Ho capito quello che vuoi dire. Le difficoltà tecniche sono tante: la cosa più importante è che devi avere voglia di farlo, deve piacerti l’idea; le difficoltà a questo punto le affronti man mano che vengono, sono imprevedibili… Ti faccio un esempio banale: nel mio mondo narrativo ci sono poche armi da fuoco, si usano soprattutto armi bianche; io ho una giustificazione per questo, perché un certo tipo di creature non le puoi uccidere senza fare uno sforzo quindi sarebbe perfettamente inutile in un certo tipo di combattimento usare armi da fuoco, semplicemente non funzionerebbero. È una spiegazione che ho trovato perché mi piaceva di più l’idea che si facesse a spadate piuttosto che a pistolettate: magari un altro avrebbe potuto preferire che si facesse a pistolettate e la storia avrebbe preso una piega diversa… Secondo me la cosa più importante da tenere presente è sempre che, se decidi di ambientare storie in cui parli nel mondo tra virgolette reale — poi io non credo che esista un mondo reale diverso, sono davvero uno schizofrenico funzionale, non credo che siano separati i mondi — se decidi di parlare del mondo c. d. reale devi essere molto onesto nel farlo, davvero molto onesto. Quindi non farne versioni idealizzate. Se sei un italiano cresciuto in Italia, è inutile che presenti una versione della scuola in cui ci sono i bulli che stanno di continuo a molestare i ragazzi più deboli… Io non so come stanno le cose nelle scuole americane, ma l’esperienza nella scuola italiana non è così. È quindi sciocco rifarsi a modelli: la cosa migliore da fare se si parla di mondo c. d. reale è rifarsi alla propria esperienza.



Quello più reale dei tuoi romanzi — è assurdo dirlo, visto il titolo — è certamente La ragazza dei miei sogni, il tuo primo romanzo, che ho trovato molto inquietante e mi è piaciuto tantissimo. Hai affermato fino alla nausea che non è un romanzo autobiografico, e ne capisco il motivo: gliene fai passare tante a questo povero protagonista, che anche io non lo ammetterei. Ci fai qui, ora, una confessione sulla sua natura autobiografica?

[Ride] No, non è autobiografico. Non è per niente autobiografico, mi spiego. Tutti i romanzi in qualche modo lo sono perché la materia narrativa più forte e pulsante che tu abbia è la tua vita. Anche se io sono diverso dal personaggio — non ho avuto il suo tipo di problemi, per esempio…



Tipo quello di mettersi maglioncini su camicie? Non capisco che c’è di male [indico il mio abbigliamento]

[Ride] No, quello non è un problema. Ma attenzione, non è che Sofia sia un guru, le opinioni dei personaggi non sono le opinioni degli autori — questo ovviamente va detto. Non ho comunque avuto il tipo di problemi del personaggio — non voglio fare spoiler — ne ho avuti altri, ma quelli no. Però è anche vero che un certo tipo di stati d’animo, un certo tipo di sensazioni, un certo smarrimento che si prova in alcune fasi della vita, se io non le avessi provate a mia volta non avrei avuto materia da raccontare.



Rimanendo in tema di domande che lo scrittore di solito odia, c’è sempre quel personaggio che non piace a un solo lettore, ma a tutti in generale. Ho visto che molti, anche in altre interviste, ti chiedono di Dagon. Chi è questo personaggio che definirei fortissimo, il duro della situazione, soprattutto nella Ragazza dei miei sogni. Vorrei sapere che ne pensi di lui, qual è il tuo rapporto con lui, visto che hai detto nella lezione appena tenuta che i personaggi hanno una vita propria (e mi hai ricordato una citazione di Lynn Flewelling che dice di scrivere dei suoi due protagonisti quando le bussano alla porta con una nuova storia).

Dagon è inspirato a un mio amico reale che è proprio così. È un musicista molto noto nel suo giro, si chiama Marco Visconti, fa musica elettronica, è il leader degli XP8, gruppo romano che suona in tutto il mondo… Lui è un occultista molto famoso nel giro dell’occulto italiano e non solo. Ovviamente sono diversi, perché uno è una persona reale e l’altro è un personaggio… Ma è assolutamente ispirato a una persona reale. Mi dispiace di avere poco da dire su Dagon, ma è un mio amico, è davvero un mio amico. [Ride]



Finendo di parlare della Ragazza dei miei sogni, mi viene in mente un passo esilarante ma dissacrante, in cui descrivi il prete Don Tonio e la catechista Addolorata: il passaggio è stato anche molto citato su Facebook, perché oltre a far ridere fa pensare. Visto che l’anno scorso ho messo Terry Brooks di fronte a una sua scena ambientata in una chiesa, quest’anno chiedo a te il perché di questo ricordo terribile di Don Tonio e Addolorata.

Io non ho un buon rapporto con la religione cattolica. Ho conosciuto molti cattolici intelligenti, ho perfino degli amici cattolici, ed è tutto dire perché ho davvero un pessimo rapporto con la religione cattolica: trovo che sia una religione basata sul senso di colpa, basata sulla mortificazione del corpo e dei piaceri. Io sono convinto che non possa esistere peccato se si percorre il piacere senza danneggiare nessuno. Sono convinto che non ci sia niente di sbagliato nel fare un’orgia, sono convinto che non ci sia niente di sbagliato nello sposare quattro persone se è questo che ho voglia di fare, e sono convinto che finché si parla di adulti consenzienti tutto sia e debba essere lecito — ovviamente senza danneggiare nessuno, credo ovviamente che sia sbagliatissimo stuprare o uccidere una persona. Trovo che la religione cattolica sia stata un problema in Italia, che abbia bloccato lo sviluppo dell’Italia sotto molteplici aspetti, e che continui ad avere fin troppo potere, più di quanto sia sano che abbia.



Hai parlato molto chiaramente del tuo rapporto con la religione cattolica. Mi viene in mente un’autrice che non so se hai letto — forse non è proprio il tuo genere — Jacqueline Carey, la cui storia gira attorno alla regola “Ama a tuo piacimento”, in cui ciò che non corrisponde per tutte le persone coinvolte a detta regola — ad esempio uno stupro — è il peggiore dei reati, è eresia. Ti trovi d’accordo con la Carey?

Per me è esattamente così. Io credo che non ci siano certezze su quello che accade dopo la morte, l’unica certezza è che a un certo punto la morte arriva. Se uno ha fede — una fede di qualsiasi tipo, non c’è solo la fede cattolica; non ho problemi con la religione, ho dei problemi con la religione cattolica, non sono invece antireligioso — non c’è comunque certezza su ciò che accade dopo la morte, ma è certo che questa arrivi. Mi sembra del tutto stupido non usare questa vita per trarre il maggiore dei piaceri possibili. Questo si può declinare in mille modi: se sei un idealista rivoluzionario il tuo piacere può essere dare la vita per una causa o dare la tua vita per aiutare persone malate; non necessariamente il piacere è sesso e cibo, ma credo che, essendo noi animali, sesso e cibo siano grandi piaceri per tutti e negarseli sia sciocco.



In Pan ci metti di fronte a una situazione particolare: riprendendo il personaggio di Barrie nella sua dimensione originale, ne fai il campione degli istinti più di base dell’uomo, impossibili da frenare — quasi fosse Bacco. Fra lui e Greyface, fra glaciazione delle emozioni e abbandono orgiastico, io non ho saputo scegliere… Tu che avresti fatto, che fai? Dove sta Francesco Dimitri in questa lotta fra due modelli?

Forse — e sottolineo forse — io faccio Michele. Io credo che gli déi esistano, sono pagano, in un senso particolare: non necessariamente esistono letteralmente, non so se esistono come entità distinte, ma sono utili modelli — gli déi — per parlare di noi stessi, e credo che agli déi bisogna stare molto attenti. Gli déi non vanno adorati, bisogna trattare con loro, come dicono spesso i miei personaggi. Io sono convinto che in alcuni momenti storici ci sia bisogno di Pan, semplicemente perché è stato cacciato troppo a lungo: sono convinto che in questo momento, soprattutto in Italia ma non solo, di Pan ci sarebbe bisogno. Detto questo, io non mi schiererei mai con Pan: a me piace l’idea di riuscire a controllarmi, il fatto di non provarci con qualunque cosa si muova nel momento in cui sono arrapato, mi piace l’idea di non essere così. C’è però il momento in cui serve per bilanciare l’altro aspetto, ma non a caso i personaggi di Pan sono gli umani: tutti e due gli déi compaiono e fanno molto poco nel libro, noi vediamo il loro scontro attraverso le conseguenze nella vita degli esseri umani. Sono sempre gli umani che mi interessano.



Gli umani ti interessano. Ma nel primo capitolo di Pan — scritto benissimo — c’è uno spargimento di sangue umano enorme, come in tanti altri passaggi. Mi viene spontaneo chiederti se hai letto Il signore delle mosche di Golding e se sì, quanto ha influito sulla caratterizzazione dei bambini di Pan?

Ho letto Il signore delle mosche, libro che mi piace molto, ma ho letto anche Peter Pan di Barrie, in cui i bambini vengono definiti esplicitamente “senza cuore”. I bambini sono crudeli, sono degli anarchici spontanei. L’idea dell’innocenza del bambino è un’idea storicamente determinata che è nata a un certo punto, ma che non tiene assolutamente conto di quello che un bambino fa: un bambino è in grado di tagliare la coda a una lucertola per vedere che succede. Il bambino è un anarchico spontaneo.



Veniamo ai progetti futuri: pensi di scrivere altri romanzi, hai scritto altri romanzi?

Ho un romanzo pronto che uscirà non so quando ma tra non molto, c’è il mio agente che è in trattative…



Pensi di pubblicarlo di nuovo con Salani?

Non lo so. Il mio agente sta trattando. Quando il mio agente mi darà notizie, quindi, io le darò. Non ho segreti [ride], semplicemente non so che dire. Il romanzo è pronto, a ogni modo, e uscirà.



Non ci puoi dire nulla?

Sì, posso anticipare qualcosa, non tantissimo. È la storia del rapporto fra un maestro e un allievo, molto diverso da tutto quello che ho scritto finora; ancora una volta è un libro fantastico — non nel senso che è bellissimo [ride], ma nel senso che è di genere fantastico. Cerco di cambiare ancora una volta le carte in tavola e ne sto scrivendo già un altro.



Dicevi di aspettare risposta dal tuo agente, e veniamo così a chiudere il cerchio con le domande sull’editoria fantastica nostrana. Che ne pensi della letteratura fantastica italiana? Vorrei una risposta sincera e possibilmente cattiva, non della serie ‘sono tutti bravissimi’… anche perché i tuoi colleghi più quotati sono qui a Lucca, e so che sono anche tuoi amici, li ho visti oggi alla tua lezione.

Penso che la letteratura fantastica italiana sia terribile. Nel panorama del fantastico italiano ho degli amici e delle persone che stimo, ma credo che come media sia un mondo assolutamente orribile. Tengo a precisare che parliamo di gusti: io non credo che sia possibile con i libri fare delle gerarchie assolute — è una cosa molto importante da dire, molto spesso si tende a stabilire il proprio gusto come misura del mondo: quindi quando dico “è terribile” c’è dietro un “per me” grosso quanto una casa. Io non leggo, con poche eccezioni, fantasy italiano quindi sarebbe del tutto ipocrita dire da parte mia: “C’è un mare di scrittori bravissimi”. Semplicemente non fanno per me, con poche eccezioni — oggi hai visto chi c’era in sala [Francesco Barbi e Luca Tarenzi fra gli altri, NdA] ma ce ne sono anche altri. In linea di massima non c’è un vero panorama del fantasy in Italia, non c’è un’industria del fantasy in Italia: noi riusciremo a creare un panorama di fantasy quando avremo un’industria, una batteria di editor preparati, una batteria di editori che sanno investire, una batteria di autori motivati… Ci sono editor preparati, ci sono autori motivati, ci sono editori che sanno investire: non sono a batteria, non sono ancora di numero sufficiente a generare una scena.



Come reagisci alle recensioni negative — per non fare nomi, ad esempio quella pubblicata su Gamberi Fantasy relativamente ad Alice nel paese della vaporità? (se non l’hai letta, sappi che è una stroncatura) Te lo chiedo perché mi sembra che gli autori italiani siano sempre pronti a evitare le critiche, trincerandosi dietro un “siete tutti invidiosi” o simili. Ogni tanto viene fuori una polemica interminabile, ma quando mi si parla di sostenere il fantasy italiano a me viene da ridere: non è una squadra di calcio!

Sono d’accordo, non c’è bisogno di sostenere il fantasy italiano. Il lavoro dei lettori non è sostenere, è fare il lavoro che fanno quale esso sia, e nel tempo libero spendere i loro soldi con i libri che preferiscono: se non vogliono spenderli leggendo fantasy italiano o, meglio, leggendo i miei libri, e vogliono spenderli leggendo ad esempio Terry Brooks, buon per loro, ci mancherebbe altro. Quindi non condivido l’atteggiamento di cui parli. Credo anche che sia vero che molto spesso i lettori italiani hanno un po’ di pregiudizi nei confronti di quello che esce in italiano o con nome italiano, magari anche con buoni motivi, perché molto spesso la qualità non è all’altezza di quello che arriva dai paesi anglosassoni: io ogni volta che leggo un libro anglosassone faccio tanto di cappello per la qualità tecnica, anche in caso di autori che non mi fanno impazzire, è una qualità tecnica media che è enorme. Io credo quindi che ci siano dei pregiudizi, credo che faccia parte del gioco e non reagisco male alle recensioni negative. Quella di Gamberi Fantasy non l’ho letta perché era troppo lunga e il mio span d’attenzione è troppo basso [fa una pausa]. Credo però che sia davvero vitale che queste cose ci siano: io sono stato più volte insultato in vari ambienti di internet, anche deriso — è capitato, è normale se fai questo lavoro. Combatterei fino alla morte perché questi ambienti continuassero a esistere. Io trovo che internet in particolare abbia una sua poetica, nel senso che molto spesso le persone che scrivono per il puro gusto di insultare — e ce ne sono, così come ce ne sono che scrivono perché hanno cose interessanti da dire — creano qualcosa che resta su internet; in fin dei conti persone che la pensano come me saranno perfettamente in grado da sole di distinguere se la cosa è scritta per il gusto di insultare o è scritta con un senso dietro — e non sono io a poter imporre a una persona a cosa credere e a cosa no. Quindi, va bene così.



Te la sei cavata alla grande, Francesco, con la parte cattiva dell’intervista. Torniamo alle domande più semplici: hai detto prima che il modello per scrivere della realtà dovrebbe essere la realtà stessa e non un altro autore. Eppure nei tuoi romanzi, fra gli elementi del nostro mondo più ricorrenti, ci sono molti autori: ogni testo o autore che citavi e io avevo letto mi stampava un enorme sorriso in viso. Mi hai ricordato di aver letto ad esempio Le tredici vite e mezzo del Capitano Orso Blu

Un capolavoro! Io amo Walter Moers!



Io ho letto solo questo di suo. A parte quelli che citi nei tuoi romanzi — o meglio, compresi anche quelli — quali sono i tuoi modelli stranieri, non i libri che ti piacciono, ma i modelli (ci potrà essere un autore che adori ma di cui non condividi il modo di scrivere)?

Sì, Tolkien è il mio autore preferito ma non è un mio modello, perché è troppo lontano da quello che sono io come biografia; nonostante Il Signore degli Anelli sia il libro della mia vita, so di non essere un tolkieniano — capisco quindi che vuoi dire. I miei modelli vengono da parecchi media diversi: Clive Barker, assolutamente Clive Barker, ha una capacità visionaria impareggiabile; Joss Whedon: il giorno in cui io scriverò una linea di dialogo geniale come “Ti amo” “Non è vero ma grazie di avermelo detto” io sarò un uomo felice. Di gente che ha pubblicato di recente, c’è un libro che ho letto dieci giorni fa e che è già diventato un mio modello: The Night Circus di Erin Morgenstern, un’esordiente americana di Salem, giovanissima — due o tre anni più grande di me — che sta per uscire in italiano e consiglio caldamente, un libro meraviglioso sullo scontro tra due maghi che ha come teatro un circo; è un libro interamente basato sulla bellezza estetica. Ho poi un’ammirazione sconfinata per Susanna Clark, un giorno mi piacerebbe riuscire a scrivere qualcosa di complesso come Jonathan Strange & il signor Norrell — non ne ho gli strumenti ancora.



Io l’ho letto. Bisogna vedere se i lettori italiani hanno gli strumenti per capirlo…

No, quel libro è andato malissimo in Italia, è stato un successo internazionale ma in Italia ha venduto cinque copie e credo che quattro sono state vendute a persone in questa stanza [ride]. È anche vero, però, che esistono altri mercati oltre all’Italia e i lettori leggono quello che gli fa piacere leggere. Se nella cultura italiana Susanna Clark non fa presa, va bene così: la lettura è un piacere, non si possono imporre i propri piaceri agli altri — è una cosa su cui sono molto netto. Quindi se il lettore italiano preferisce leggere ad esempio Clive Clusser, va bene così, ci mancherebbe altro.



Come sai, siamo di Blood Memories, fansite italiano dedicato a Robin Hobb: hai letto qualcosa delle sue opere, che ne pensi di lei? Noi abbiamo avuto modo di conoscerla anche di persona poco più di un anno fa durante il suo book tour in Italia e ti assicuro che è una donna straordinaria, ma so di non essere imparziale.

Guarda, io leggo poco fantasy classico, pochissimo, perché sulla carta mi piacciono molto, di solito dopo una quindicina di pagine ne ho già le palle strapiene. Quando mi piace, però, mi piace enormemente. Io ho una grandissima passione per la trilogia dei Lungavista: ho anche iniziato a leggere la trilogia di Borgomago, che non ho completato per motivi biografici — era il periodo in cui mi stavo trasferendo in Inghilterra — ma prima o poi la rivoglio prendere in mano perché mi stava piacendo tantissimo anche quella. L’unica cosa che ho letto è stata quindi la trilogia dei Lungavista che trovo formidabile: ha una capacità di costruire dei personaggi credibili — e di farteli sentire reali in quello che fanno e in quello che vivono — assolutamente impareggiabile. A questo si unisce la capacità e il coraggio di giocare sui luoghi comuni del fantastico come il drago, il giullare o la taverna, il coraggio di usarli in un contesto più raffinato — io lo trovo assolutamente impagabile e mi piace molto. È una delle mie autrici fantasy preferite, lei, assieme a Patrick Rothfuss — altro grandissimo — e ovviamente Martin. [Ride alla mia espressione poco convinta di fronte a quest’ultimo nome]



Poco fa mi stavi per sabotare la scaletta quando hai parlato della Clark e della sua ricezione in Italia. A tal proposito, Robin Hobb, nell’intervista di due anni fa, ha risposto alla domanda inversa (sulla mancata pubblicazione USA del fantasy italiano) spiegando che questo non arriva in America perché gli editori americani non prendono in considerazione autori da tradurre. Non so se questa interpretazione corrisponda alla realtà, ma so invece che tu sei in fase di internazionalizzazione: vorrei sapere quali sono le ultime novità in tal senso. In secondo luogo, visto che vivi a Londra e parli di sicuro un inglese migliore del mio, hai mai pensato di scrivere direttamente in inglese per aggirare l’ostacolo della lingua?

Prima di tutto, Alice è appena uscito in Olanda e sta per uscire in Francia e in Russia: sono però traduzioni fatte da altri, perché come puoi immaginare non parlo né olandese né russo, ma solo un po’ di francese ma non abbastanza da tradurre un libro [ride]. In questo momento sto scrivendo in inglese, e tutte le cose nuove che sto scrivendo sono in inglese: ho scritto l’ultimo libro per il quale il mio agente sta trattando in italiano, probabilmente scriverò delle cose in italiano in futuro, però in questo momento sto scrivendo in inglese. Poi magari non riuscirò a venderle — è il destino di un freelance, di un autore quello di provare, di sperimentare. Amo molto scrivere in inglese, perché trovo che sia una lingua che si presta ad alcune cose, diverse da quelle cui si presta l’italiano. Amo molto anche scrivere in italiano, però sono lingue diverse, fanno cose diverse, ottieni effetti diversi.



Francesco, siamo in chiusura. Ultima domanda, un po’ alla Marzullo: qual è la domanda che più temi in ogni intervista e che spero di non averti fatto io.

Non lo so. Forse “vorresti essere nato donna?” [Ride]



E la risposta?

Non lo so, se lo fossi mi toccherei di continuo le tette!



Ringraziamo Francesco Dimitri per la disponibilità grandissima che ha dimostrato. Blood Memories spera di incontrarlo di nuovo al più presto, per riprendere questa piacevole chiacchierata.


intervista di Marco “Umbra” Longobardo
Lucca, 30.10.2011
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