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Aeon.nl - Apr.12
Durante il weekend del 21 e 22 aprile gli amanti del genere fantasy si sono ritrovati all’Elf Fantasy Fair. Oltre alla musica, alle bancarelle, agli spettacoli e ai dibattiti, sono stati presenti alcuni autori, tra cui Robin Hobb (Megan Lindholm). Grazie alla casa editrice Luitingh noi (Aeon) abbiamo avuto l’opportunità di intervistare la famosa scrittrice. Così, io (iMazed) ho raggiunto il castello per conversare con questa signora dalla grande fantasia. Di seguito potete leggere le mie domande e le risposte date da Robin Hobb.



Hai sempre desiderato essere una scrittrice?

Sì, fin da quando ero molto piccola. Non mi ha reso molto in termini di denaro. Ho sempre avuto l’obiettivo di pubblicare le mie storie e c’è sempre stato il sogno di ricavarne dei soldi, ma non ne ho mai avuto la certezza.



Quando hai capito che avresti potuto vivere di scrittura?

È stato un lungo percorso. Cominciai a fare sul serio quando avevo circa diciotto anni, riuscendo a vendere alcune storie qua e là. A trent’anni vendetti il mio primo romanzo, ma rimasi a lungo una scrittrice di secondo piano. Questo significa che i tuoi libri non rendono abbastanza da poter vivere di sola scrittura. Il mio primo libro mi fruttò 3500$ e 8000$ il secondo, ma per un intero anno di lavoro. Con la vendita dell’Apprendista assassino ebbi per la prima volta la sensazione che non avrei più dovuto affannarmi. Certo, avevo dei bambini e una fattoria di cui preoccuparmi. È importante rendersi conto che non è qualcosa su cui puoi fare affidamento. Fred e io scherziamo spesso sul fatto che le nostre entrate sono legate ai pesci e agli editori. Né gli uni né gli altri danno sicurezza.



Nella Nave del destino si legge la dedica a Jane Johnson e Anne Groell “che ci tenevano abbastanza da insistere perché facessi un buon lavoro.” Ce ne spiegheresti il significato?

Sono le mie editor, Jane in Inghilterra e Anne in America. Spesso si sente dire che come gli scrittori raggiungono un certo livello di successo, la storia non è più controllata dagli editor. Lo so bene. I miei editor hanno sempre apprezzato osservazioni e commenti. Io sento che il loro operato rende migliore il libro.



Non è stato strano all’inizio che qualcuno analizzasse la tua storia al microscopio e muovesse critiche?

Ho sempre avuto ottimi rapporti con i miei editor. In base alla mia esperienza puoi anche solo chiedere un parere, il loro giudizio non è definitivo. Se riesci a spiegare perché hai lasciato un scena così vaga e assicurare che si chiarirà più in là nel corso della storia, non faranno problemi. Lavorando con due editor, quando entrambi dicono che nel manoscritto ci sono dei passaggi che non funzionano mi trovo costretta a concordare e a considerare l’idea di riscriverli da capo.



I tuoi libri sono stati tradotti in molte lingue. Non hai paura che qualcosa vada perso nel processo di traduzione?

Ancora un volta è questione di fiducia. Ho contatti con i traduttori, che talvolta mi chiamano per domandarmi il senso di una certa frase oppure, se incontrano oggetti strani, mi chiedono se si tratta di qualcosa che ho inventato io oppure no. Al di là di quel che posso dire, è il traduttore a trovare la parola giusta nel suo linguaggio. I commenti che ho ricevuto finora dicono che le traduzioni sono molto buone.



Il lavoro di tuo marito (marinaio) è stato d’ispirazione per i libri delle Navi Viventi?

Lo è stato molto, sì. Anche suo padre e suo nonno erano uomini di mare, quindi la nostra casa è piena di ricordi e riferimenti alle loro esperienze. Antiche mappe, sestanti, persino strumenti per la caccia alle balene. Vi sono legate molte storie. Durante l’estate andavo spesso a trovare Fred per vedere la nave e per osservare l’equipaggio. È stato di grande ispirazione. Ma ho anche condotto molte ricerche sui libri. Il miglior materiale di ricerca, però, viene sempre da qualcuno che ha esperienza personale.



Quando crei il mondo dei protagonisti, quanto è dettagliato nella tua mente?

Be’, quanti dettagli dovrei conoscere sull’economia olandese, per esempio, perché possa godermi l’Elf Fantasy Fair? Ho bisogno di sapere che si usa una certa valuta, che c’è la connessione wireless, e così via. Non sai tutto, ma ne sai abbastanza da far sì che il lettore, nel caso in cui ti dilungassi in particolari, capisca di cosa stai parlando e riesca a seguire. Non carico di troppe nozioni le mie storie, ma uso solo quelle necessarie. Se do un nome a qualcuno o invento un termine nuovo, li tengo a mente per riutilizzarli successivamente.



Dato che parliamo di nomi, quando li dai ai personaggi lo fai immediatamente oppure in un secondo tempo? E hai mai dovuto cambiare un nome poiché il primo non sembrava adatto?

I personaggi mi si presentano già con il loro nome, credo che avvenga in una parte del mio cervello al quale non ho reale accesso. Con tutta probabilità ci sono stati personaggi ai quali ho cambiato nome, ma l’esempio più immediato a cui riesco a pensare è dato da Starling (NdT. Stornella), che in primo momento non sapevo se sarebbe stato un uomo o una donna. Cominciò con l’essere un uomo, ma non andava bene. Il rapporto con Fitz risultava bizzarro. Suonò adatto alla storia solo quando trasformai il personaggio in una donna.



Com’è la tua routine di scrittrice?

Un caos. Mi piacerebbe rispondere che mi alzo alle sei del mattino, preparo una tazza di tè e ascolto musica per ore mentre scrivo seduta alla mia scrivania, ma non posso. Mi preparo un caffè, leggo il giornale e controllo la posta. Poi arriva il momento dei social network. Porta via molto tempo ed è divertente, ma ti dà la sensazione di essere al lavoro mentre invece non lo sei. In quelle ore non scrivo e così mi ritrovo con molte parole e pagine arretrate. In genere rileggo quel che ho scritto il giorno prima, faccio un po’ di revisione e quando ho finito sono pronta per continuare a scrivere. Scrivere una storia non è per forza un processo lineare, è piuttosto qualcosa di interconnesso.



Chi o cosa è di maggiore ispirazione per te?

Oh, tutto! Forse oggi vedrò accadere qualcosa che più in là inserirò in un libro. Giusto poco fa ho visto due ragazze che giocavano sotto un tavolo pieno di libri. Avevano eretto il loro fortino e non facevano altro che ridere come due folletti. Ho pensato quindi a cosa succederebbe se in una libreria ci fosse un gruppetto di fate. Che disastro! Ogni cosa può prendere la forma di una storia.



Grazie per avermi concesso il tuo tempo e aver risposto alle mie domande!

Di nulla, grazie a te per le domande.


Planet-Aeon.nl | Interview Robin Hobb - 28.4.2012
traduzione di Barbara “The Fool
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