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January.zine - Mag.99
Quando la scrittrice nota come Robin Hobb era ancora una bambina, percepiva l’oceano «come una grande barriera. Qualcosa che ti trattiene». Ciò potrebbe sorprendere i lettori della sua serie epica I Mercanti di Borgomago, in cui l’oceano — benché si tratti di un oceano immaginario in un mondo fantasy creato dalla Hobb — ha un ruolo centrale nella trama e nello sviluppo della storia. La comprensione che la Hobb ha del mare e del modo in cui entra nelle nostre vite è appassionata e convincente. «Se Patrick O’Brian si dedicasse al genere fantasy», ha affermato Booklist, «potrebbe scrivere qualcosa del genere». Un complimento esaltante per la Hobb, marinaio d’acqua dolce cresciuto fra lo stato di Washington e l’Alaska.

La Hobb deve almeno una parte della sua comprensione del mare a suo marito Fred. «Per lui è un’autostrada senza limiti che porta in tutte le direzioni. Quando ci siamo sposati si chiedeva perché la gente avesse bisogno di possedere della terra poiché quando hai una barca tutte le spiagge del mondo ti appartengono. È una realtà molto diversa».

Una realtà che la Hobb ha imparato ad apprezzare.

L’idea dei Mercanti, dice oggi la Hobb, le venne in parte «vivendo come un marinaio», nonché passando molte estati a bordo dopo il matrimonio. «Tutte le imbarcazioni su cui Fred è stato negli anni avevano personalità differenti e modi diversi di influenzare l’equipaggio. È stato su alcune navi assolutamente meravigliose e su altre che erano davvero terrificanti». Non c’è voluto un grande salto, dice Robin, per immaginare una nave «realmente viva e con una propria personalità. Penso sia un concetto piuttosto antico. Quando guardi al passato e vedi le polene, ti rendi conto che l’idea che fossero fatte di legno ma avessero una vita propria è sempre stata presente».

La frase è, per molti versi, in puro stile Hobb. Con il suo modo di parlare sommesso e attento e una modestia che va al di là del semplice garbo, sarebbe facile sottovalutare questa donna. Se non la conosceste meglio. Se non aveste letto i suoi libri o vista l’emozione negli occhi dei fan o letto le recensioni dei suoi romanzi. A 47 anni, Robin Hobb ha praticamente raggiunto la vetta del suo genere letterario. Anche se questo fatto potrebbe esserle sfuggito: la Hobb non va alla ricerca di recensioni. «Io mi limito a scriverli», dice dei suoi libri. «A volte passano mesi prima che venga a conoscenza di qualche recensione». La Hobb non legge le recensioni per un paio di ottimi motivi: finché esce la recensione di un libro, dice lei, è già al lavoro su quello successivo e — ancora più importante — le recensioni possono influenzare la sua scrittura in modi che vorrebbe evitare: bene e male. «Ho sempre pensato che una buona recensione possa renderti un po’ troppo sicuro di te. E una molto negativa può farti pensare: “Bene, dovrò aggiustare questa cosa nel prossimo libro”. E puoi trovarti a modificare qualcosa che ha urtato in qualche modo un unico lettore molto polemico».
 
Questa preoccupazione deriva in parte dal fatto che la Hobb è solita lavorare su serie di romanzi e, dunque, quando escono le recensioni di un libro quelli successivi sono ancora in fase di stesura. «In base alla maggior parte dei contratti, si scrive il primo libro, questo viene sottoposto a revisione e pubblicato in edizione rilegata, e prima che il secondo volume sia terminato e pubblicato a sua volta, il primo è già uscito in economica». Alla Hobb piace questo ciclo lavorativo, ma talvolta lo trova tedioso. «Da una parte, vorrei avere modo di scrivere tutti e tre i libri prima di consegnarli. C’è sempre qualche piccola cosa che vorresti poter rivedere e modificare nel primo volume o anche solo enfatizzare o ridimensionare un po’ un certo personaggio».

Robin Hobb sta scrivendo «un libro all’anno da quindici anni», sebbene solo gli ultimi cinque portino impresso questo nome. La Hobb è allegramente evasiva a proposito della sua duplice personalità professionale, ma non riluttante a parlarne. «È un segreto che tutti conoscono», dice dell’altra sua identità, Megan Lindholm. Anche Megan scrive «fantasy, ma con contorni un po’ più aspri». La Hobb afferma che, per un certo periodo, ha tenuto segreta la sua seconda identità, ma ora non più. E Megan continua a scrivere. «Scrivo ancora delle storie brevi come Megan Lindholm. E non vedo l’ora di terminare il libro a cui sto attualmente lavorando per dedicare un mese o due alle storie arretrate che ho tenuto da parte. Per me esiste una linea di demarcazione netta per cui so che scriverò queste storie come Megan Lindholm. Non sono racconti di Robin Hobb».

La voce della Hobb è — ritiene lei — più potente e incline alle grandi cose. «Megan è talvolta più scherzosa. A volte più sciocca. Robin Hobb scrive fantasy epica e mi ci trovo a mio agio».

Creare Robin Hobb è stato quasi come creare uno dei personaggi della scrittrice. «Penso che scrivere una storia di fantasia richieda sempre di creare un personaggio, di scrivere dal suo punto di vista e condurre il dialogo con la sua voce», dice la Hobb. «Si fa poi un altro passo indietro dicendo: “E ora creerò quest’altro personaggio, quest’altro strato intermedio”. Ed ecco questa persona che, secondo me, è molto più avventurosa di quanto sia io nella mia vita di tutti i giorni. Questa voce che scrive il libro, quindi, è solo un altro strato di finzione».

La finzione è piuttosto completa. La Hobb deve ammettere che, se Lindholm è il suo cognome da nubile, il nome Megan è frutto di fantasia e che nella vita quotidiana usa il cognome del marito. Ma gli pseudonimi non hanno soltanto protetto la sua vita privata, hanno concesso alla Hobb la libertà di una nuova voce. «Usarli mi ha aiutato ad avere l’impostazione mentale necessaria a scrivere un diverso tipo di libro. All’inizio non credevo che avrebbe fatto una grande differenza, ma mi accorsi che era davvero così. In uno strano modo mi ha concesso molta libertà in più».

Mantenere separata la sua vita privata non era, forse, così lontano dalle sue intenzioni. La Hobb è una persona profondamente riservata. Non scostante, ma con la naturale attenzione di una mamma per il benessere dei suoi figli e la necessità di mantenere le distanze dai fan adoranti perché impegnata a crescere dei ragazzi. I suoi figli hanno 28, 23, 20 e 7 anni. La figlia più giovane è stata un’aggiunta tardiva ma gradita. «Fu quasi un ritorno alla realtà. Cambiò tutti i piani che credevamo di avere. Pensavo sempre: “Quando i ragazzi andranno via di casa, farò questo e quello”. E all’improvviso stavo di nuovo preparando biscotti per l’Associazione Genitori e Insegnanti. Ma è stato divertente. Penso che sia molto più facile gestire certe cose la seconda volta».

La presenza di una bambina in casa non ha frenato l’attività della Hobb. Dice di avere già un’idea per un’altra serie, «ma non sono ancora pronta a parlarne. È ancora nell’aria e in via di formazione. È una di quelle cose che, se mai cominci a parlarne, suonerebbe molto stupida». Stupido è un aggettivo che è difficile immaginare di attribuire a una della creazioni di Robin Hobb. Per esempio, le creature marine che ha ideato per la saga dei velieri viventi sono vivide e realistiche, un complimento che lei accetta affabilmente e non senza orgoglio. «Mi sto divertendo con loro. Mi piace avere dei fondamenti biologici. Se intendo scrivere una cosa, deve sembrare plausibile. È sempre abbastanza divertente dire: “Ehi, se avessi avuto questo animale o quest’altra specie, come si sarebbe evoluto?” Dar vita a un animale è più che… insomma, non si può semplicemente prendere un gatto e mettergli le ali».


January Magazine | Robin Hobb - 05.1999
traduzione di Barbara “The Fool
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