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Robin Hobb sui Points of View
POV sta per Point of View. E uno degli obiettivi di qualsiasi autore è rimanere saldamente dentro il punto di vista del personaggio di cui sta scrivendo, senza che il lettore ne sia necessariamente consapevole.

Semplificando al massimo, ci sono tre modi di base per affrontare i POV.

Uno è quello onnisciente, nel quale il lettore abbassa lo sguardo sulla storia come fosse un dio. Sa cosa sta avvenendo a dodici miglia di distanza, o sulla stazione spaziale in orbita intorno a Giove, così come è consapevole della conversazione sul tè nel café di Londra. Così come sa che secondo Josephine il tè è troppo dolce, sa anche che la sua amica Stella ha appena rimesso il sacchetto di veleno nella sua borsa sotto il tavolo.

In quella che definisco ‘terza persona’, il lettore ‘cavalca’ insieme a un personaggio, e per quelle parti del libro, che sia un capitolo o qualche paragrafo, il lettore pensa, percepisce e considera il mondo con la mentalità di quel personaggio. Questo è stato il tipo di narrazione che ho scelto per I Mercanti di Borgomago e per le più recenti Cronache delle Giungle della Pioggia. È un modo magnifico di immergere il lettore in un personaggio, e di condividerne segreti che nessun altro nel libro conosce. Nei Mercanti, mi ha permesso di mettere il lettore negli stivali di Kennit (o, più tardi, nello stivale!) e ha richiesto che, per un certo tempo, il lettore condividesse la sua visione distorta del mondo, la sua contorta idea di giustizia e persino il suo traviato senso dell’onore. Nello scrivere di Kennit, sono giunta ad amare questo vile infame tanto quanto gli altri protagonisti che erano più vicini al mio sistema di valori. Sotto molti punti di vista, adesso provo lo stesso affetto per il poco ammirevole e narcisista Hest delle Cronache da quando ho scritto alcune scene dal suo POV. È molto difficile indossare la pelle di un personaggio e scrivere dal suo POV senza provare affinità e attaccamento nei suoi confronti.

Il terzo tipo di POV è in assoluto quello che preferisco. L’io narrante. In prima persona, lo scrittore indossa la pelle di un personaggio e racconta la storia esattamente come quel personaggio l’ha vissuta. Per me, la prima persona è la voce narrante naturale. Quando una persona torna a casa da scuola o dal lavoro e si siede al tavolo da pranzo per parlare della propria giornata, racconta sempre la sua avventura quotidiana in prima persona. E, nel fare ciò, impartisce a ogni aspetto il suo personale punto di vista. Quando lo scrittore adopera questa tecnica, il lettore impara a conoscere il protagonista fin nel profondo. Se il personaggio è giovane o angosciato, moralista o paranoico, sicuro o materialista, emergerà tutto dal racconto in prima persona. E lo scrittore è libero di permettere che il narratore metta in ombra il proprio racconto, o esageri il proprio eroismo, oppure giustifichi le sue azioni o manipoli quel che è realmente successo per mettersi in una luce migliore. Fa tutto parte della caratterizzazione.

Il punto di vista in prima persona è quello che preferisco anche come lettrice. Alcuni dei miei esempi favoriti di io narrante appartengono al genere giallo/poliziesco. Archie Goodwin, il narratore dei casi di Nero Wolfe (scritti da Rex Stout) è chiaramente un uomo d’azione innamorato di se stesso. E col tempo sono giunta a condividere l’opinione che ha di sé, così come il suo narcisismo e l’occasionale irritazione verso il suo datore di lavoro. La serie di Travis McGee scritta da John McDonald non sarebbe stata altrettanto avvincente se fossimo stati costretti a seguire le sue mosse in terza persona. Vale lo stesso per il detective Spenser di Robert Parker e, più in là, per il compagno western con lo shotgun in spalla, Everett Hitch, mentre segue l’amico Virgil Cole attraverso una serie di avventure come sceriffi su commissione.

Ci sono altri esempi eccellenti di impiego della prima persona nell’ambito del fantasy e della fantascienza. Heinlein l’ha usata con grande effetto sia nella Via della gloria che nella Tuta spaziale. Vlad di Steven Brust è un assassino/stregone con un senso dell’umorismo molto amaro, e un profondo legame telepatico con il suo piccolo jhereg. Michael Marshall Smith mi ha attirato nel suo Only Forward insistendo perché sperimentassi la vita con il suo protagonista, Stark, in un mondo talmente surreale che non avrei potuto rapportarmici senza una guida del posto. Farei un torto a non menzionare il mio rapporto attuale di amore/odio con la prima persona narrativa del Principe dei fulmini. Mark Lawrence usa un punto di vista in prima persona per nascondere e allo stesso tempo rivelare ciò che induce il comportamento del giovane Jorg, finché il protagonista crudele diventa all’improvviso troppo orribilmente umano e comprensibile per il lettore.

La narrazione in prima persona è sempre il gancio che mi tira dentro una storia, sia che si tratti dell’intrigante “Chiamatemi Ismaele” o della semplice “Voi non sapete nulla di me, se non avete letto un libro chiamato ‘Le avventure di Tom Sawyer’, ma fa lo stesso.” Se volete trascinare il lettore dentro la vostra storia, o immergere voi stessi in una storia, il modo per farlo è usare la narrazione in prima persona.


Robin Hobb

Harper Voyager | Author blog – Robin Hobb on PoV - 8.5.2012
traduzione di Barbara “The Fool
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