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Times Online - Set.05
È un paradosso che mentre la letteratura fantasy per bambini è cresciuta nella pubblica stima, il fantasy per adulti rimanga in un ghetto. Dal momento che la nostra casa editrice leader nel fantasy, la Voyager, celebra il suo decimo anniversario questo mese e il genere domina le classifiche americane e britanniche dei romanzi, è venuto il tempo di chiedersi se esso può essere messo da parte come fosse roba da bambini.

«Considero ogni storia di fantasia come una forma di evasione» dichiara Robin Hobb. «Direi anzi che la narrazione di fantasia è un sottogenere della letteratura fantasy, poiché cerca di imitare la vita reale nei suoi elementi più oppressivi e depressivi. Io sono disorientata sul perché la gente pensa che il fantasy sia solo per bambini.»

Autrice di una serie di nove romanzi che sono stati paragonati, a buona ragione, ai lavori di Tolkien e di Ursula LeGuin, la Hobb è uno dei grandi scrittori di fantasy moderna. Eppure passa ancora inosservata nel panorama letterario.

La Hobb condivide con la LeGuin il dono di riflettere a fondo sulle implicazioni logiche di come sarebbe un mondo se la magia esistesse e di raccontarle in una prosa chiara e vivace. Il suo mondo fantastico ha un sapore scespiriano, poiché Fitz, voce narrante ed eroe della trilogia dei Lungavista, è un bastardo reale che deve sopravvivere in una corte molto somigliante a quella di Re Lear. Oltre ai machiavellici intrighi dei suoi rapporti, egli porta il peso di capacità magiche ereditate che devono essere tenute nascoste.

Streghe e maghi hanno sempre avuto confidenza con gli animali, ma la Hobb trasforma questo legame in una passione profonda quanto l’amore. Più il compassionevole e tormentato Fitz si avvicina al suo lupo, Occhi-di-notte, più si allontana dalla società umana. Amore e schiavitù, segregazione e onestà sono intessuti in una irresistibile serie che prende in prestito molti aspetti del premiatissimo L’assassino cieco di Margaret Atwood e del best-seller per ragazzi di Michelle Paver, La magia del lupo. Quello che però rende i romanzi della Hobb fonte di dipendenza quanto la morfina, non è però la loro brillantezza immaginifica bensì il modo in cui i personaggi sono compromessi e manipolati dalla politica.

La Hobb sembra una simpatica nonna borghese di Seattle (e lo è davvero), ma la sua infanzia proviene direttamente dal passato pioneristico dell’America. Negli anni ’50 i suoi genitori si trasferirono con i loro sei figli dalla provincia californiana a una capanna di legno in Alaska, senza elettricità né acqua corrente. In poche settimane, un mezzo lupo si trasferì lì. Si chiamava Bruno, la fonte di inspirazione per l’intenso legame tra Fitz e Occhi-di-notte che si dipana per cinque libri. La Hobb è un’attenta osservatrice del mondo naturale — la sua idea che i draghi nascono dai serpenti marini scaturisce dall’osservazione delle metamorfosi delle libellule in uno stagno — e il suo nuovo romanzo, Lo spirito della foresta, contrappone il potere della natura alla cultura rigida e razionale dell’esercito.

Come tutti i migliori autori fantasy, ciò che racconta ha punti d’incontro con eventi di grande attualità. Lo spirito della foresta (ambientato in un mondo diverso da quello dei Lungavista) ha inconfondibili echi della guerra in Iraq. Le ho chiesto se gli Speck, i nativi la cui ambigua dea della vegetazione irretisce il protagonista Nevare, sono buoni o cattivi. «Non sono né l’uno né l’altro: sono persone» risponde con acutezza.

Per di più, sono persone che il lettore trova credibili. Mentre la maggior parte della narrativa fantasy è scritta come se fosse tradotta, la prosa della Hobb ha una vigorosa semplicità simile a quella dei miti e delle fiabe che sua madre, sposa di guerra inglese, raccontava alla famiglia durante le lunghe notti artiche.

La Hobb ha sposato suo marito, un ingegnere navale, a diciotto anni e mentre era incinta ha iniziato un lungo periodo di apprendistato scrivendo storie per bambini — che lei descrive come un “allenamento eccellente” — prima di scrivere fantascienza sotto il suo vero nome, Megan Lindhom. Suo marito non legge mai i suoi lavori (preferisce l’antropologia) e lei pone la scrittura sullo stesso piano della cucina o del giardinaggio, come un hobby coltivato nel tempo libero concesso dai suoi quattro figli. Lei scrive ancora in una maniera che ha del’incredibile, sette giorni alla settimana, anche a mano quando è in viaggio.

«Non vedo l’ora di tornare a scrivere» ammette. «Avete presente quella meravigliosa sensazione di quando vi state davvero davvero godendo la lettura di un libro? Bene, scrivere mi trasmette una sensazione pressoché identica.»

Una tale produttività si traduce in un romanzo di ottocento pagine all’anno — vicino ai romanzi vittoriani in tre volumi che la sua narrazione, dominata da conflitti vecchio stile fra dovere, amore e onore familiare, spesso ricorda. Lei pianifica ogni trilogia molto prima di iniziare a scriverla, sebbene rimanga sorpresa dal modo in cui certi personaggi (come ad esempio il Matto nella trilogia dei Lungavista) si sviluppano.

La Hobb scrive di materie su cui si pone domande, «guardando alle questioni da ogni angolazione» e non stupisce apprendere che lei è una cattolica praticante. Nel paese di Fitz, la gente ha nomi di stile puritano come Pazienza o Chevalier, e queste qualità sono messe alla prova nel corso della trama, che comprende regicidi, schiavitù e, inevitabilmente, la ricerca dei draghi.

I suoi personaggi agiscono, cambiano, vacillano e soffrono durevoli ferite, dando nuova linfa ai topos del genere fantasy. Quando Fitz ci dice che “la morte non è l’opposto della vita. È l’opposto della scelta”, si può avvertire che la sua consapevolezza è reale, conquistata a duro prezzo. All’opposto dall’evasione, questo è un fantasy maturo che sfida sia il suo aspetto esteriore che il genere nel quale viene ghettizzato.

«Fare la propria dichiarazione dei redditi, questo è il mondo reale» dice Robin Hobb. «Ogni altra vita immaginaria in cui ci si imbatte, quello è il fantasy.»


Times Online | Hits and near-myths - 17.09.2005
traduzione di Marco “Umbra” Longobardo
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