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Tor.com - Feb.12
Nulla di quello che avete letto è come il fantasy e la fantascienza!
Robin Hobb parla con Peter Orullian


Qualche tempo fa andai a una lettura di Blake Charlton — un tizio in gamba (ci conosciamo perché abbiamo condiviso editor e mania di auto-editing). Più tardi finii in una piccola pizzeria con Blake e un altro paio di persone. Tra gli altri c’era Megan Lindholm, alias Robin Hobb. Mi sono seduto proprio di fronte a lei, una cosa da fuori di testa.

È questo il bello: Megan è uno dei giganti del fantasy. Ed ecco cos’ho imparato: lei è anche una delle donne più gentili e modeste che io abbia mai incontrato. In un mondo di spacconi, incontrare uno scrittore così talentuoso e senza pretese è stato uno dei momenti più belli che io abbia avuto negli ultimi tempi.

In ogni caso, ci siamo ricontattati più avanti e lei ha gentilmente accettato di rispondere a un paio di domande. Eccole qui. Buon divertimento!



Hai una lunga e luminosa carriera. Sono curioso. Tra i tuoi lavori c’è un libro o un personaggio che, per una ragione qualsiasi, brilla un po’ più degli altri, per te?

In realtà ci sono due libri che ricordo con più affetto. Il primo è Wizard of the Pigeons, scritto come Megan Lindholm. Sono stata a Seattle per fare ricerche e ho speso molto tempo girando per la città, scattando foto e prendendo appunti. È stata un’esperienza magnifica per la creazione di un urban fantasy. Il secondo libro è L’apprendista assassino, scritto come Robin Hobb. È stato il mio primo soggiorno con Fitz e con il Matto. Dopo aver scritto di loro per molti anni rimangono i miei migliori amici immaginari. Ricordo questo primo incontro con grande affetto.



Anche io ho un debole per L’apprendista assassino. Ma naturalmente tu hai pubblicato molti libri e hai anche dei lavori in corso. Circa il tuo prossimo romanzo in uscita (oggi!), La città dei draghi: qual è stata la parte più impegnativa da scrivere?

La sfida più grande è stata mantenere tutti i fatti coerenti. Ci sono così tanti libri e così tanti personaggi da ricordare. È una sfida ricordare quanti anni hanno rispetto agli altri, quali sono i rapporti familiari e le regole della magia. Così a volte passo il tempo facendo ricerche di background sul mio stesso mondo.



Capisco. Cambiamo argomento. Sono affascinato dal concetto di fiction come autobiografia. Non tanto come un diario personale, ma più come: “Guardandomi indietro, con il senno di poi, posso vedere come il mondo, o chi ero all’epoca, ha influenzato il mio lavoro in qualche modo.” Ha senso per te?

Certamente! Guardo indietro ad alcuni dei miei libri Lindholm e vedo dove stavo architettando qualcosa nella mia mente. Ogni tanto le persone mi chiedono se i miei libri hanno una morale o una lezione per chi li legge, e io rabbrividisco. Dico sempre di avere più domande che risposte, così a volte scrivo una storia, oppure un libro, che offre una possibile risposta a una domanda morale, come se fossi certa che sia giusta, solo per vedere come si sviluppa. Poi, più avanti, scrivo un’altra storia, dove la risposta è diversa, per vedere cosa provoca in quell’altro racconto. Scrivere e leggere fiction è, a mio parere, un tentativo umano di dare senso al mondo.



Mi piace quest’ultima parte. Grazie. Ora, tu sei stata nel fantasy per un bel po’. Come hai percepito il cambiamento del genere (se mai c’è stato) da quando hai iniziato a pubblicare?

È cambiata moltissimo la dimensione delle storie e dei libri. Mi ricordo che mi venne detto di fare attenzione alla lunghezza delle parole, dato che la brossura poteva sostenere un numero limitato di pagine. Poi è arrivato Robert Jordan e ha cambiato tutto! Ammiro molto il modo in cui gli scrittori di fantasy e fantascienza della generazione precedente creavano trame, mondi e personaggi, in libri molto più brevi dei miei. Questo funziona se si scrive nel mondo reale, ma se stai creando un mondo di fantasia devi sacrificare un sacco di trama e personaggi all’ambientazione. Attualmente ci è consentito lo spazio necessario per rendere l’ambientazione tanto importante quanto i personaggi e la trama. Mi piace avere spazio.



A proposito dell’altra domanda (con tutto lo spazio che vuoi): senti che il genere dovrebbe o potrebbe fare di più? O di meno?

Be’, non credo che il genere sia particolarmente colpevole di trasgressioni, o particolarmente valido per ogni stile di scrittura. Per me è tutto relativo ai singoli scrittori e alle storie che ognuno racconta. Ci sono scrittori atroci (ma non farò nessun nome!) e scrittori che mi stupiscono (e tesserò tranquillamente le loro lodi!). Ma non credo che si possano fare generalizzazioni sulla legione di scrittori che compone il genere. Sì, c’è stata un’ondata di libri sui vampiri, e un’ondata di urban fantasy, e un’ondata di libri steampunk. Ma se si guarda sotto la cresta dell’onda ci sono scrittori che scrivono con la loro testa la storia con cui si sono svegliati quella mattina, senza preoccuparsi di cosa va forte al momento. Credo che la bellezza del genere stia nel fatto che è più inclusivo che esclusivo. Non c’è nulla che ami di più che sentire il mio libraio di fiducia darmi un libro in mano dicendo: «Non hai mai letto nulla di simile prima d’ora!» E il nostro genere lo fa meglio di qualsiasi altro.



Non avevo mai sentito nessuno metterla in questo modo, ma mi piace! Bene, a proposito di quello che un libraio fa con i tuoi libri… come si è evoluta la tua scrittura dalla tua prima pubblicazione?

Oh, in tanti modi! Penso che le mie storie siano migliori ora. Rallento e aggiungo quei piccoli dettagli che si combinano a creare un momento di eccitazione o di panico. Ho smesso di preoccuparmi di quello che le persone pensano di me per quello che scrivo nei miei libri. Un esempio, non riferito alla mia scrittura: “Se scrivo in modo simpatetico di un personaggio razzista, la gente penserà che sono razzista?”. Io credo che gli scrittori non ci debbano pensare, lasciando che i personaggi siano ciò che sono, politicamente corretti o no. E quando si scrive dal punto di vista di un personaggio bisogna smettere di giudicare e lasciare che il personaggio parli. Con Kennit è stato così. Quell’uomo era perfettamente in grado di giustificare atti orribili, ma io ho dovuto lasciarlo fare, e l’ho amato lo stesso.



Ok, parliamo di costruzione del mondo, con qualsiasi tipo di approccio, nessuno più corretto dell’altro, ovviamente. Ma mi ha sempre interessato il modo in cui gli scrittori affrontano questo. Hai subito tutto davanti? Oppure prosegui e lasci che la scrittura sveli le cose man mano? Oppure inizi e ti fai le domande dopo?

Oh, userò una metafora che uso sempre per questo tipo di domanda. Inquadro il personaggio attraverso una telecamera (o un riflettore su un palco, se preferite). Mano a mano che il personaggio parla e si muove, il mondo attorno a lui viene rivelato lentamente, come un’inquadratura che si allontana per allargare il campo. Tutte le mie storie iniziano con un personaggio, e questo personaggio introduce l’ambientazione, i conflitti, la cultura, l’economia, il governo… tutto attraverso i suoi occhi.



Ok, sapevi che te l’avrei chiesto… cosa rende un fantasy “epico”? E di tutti i sottogeneri (lo so, può essere un argomento fastidioso), ce n’è uno che prediligi per descrivere le tue opere?

Un fantasy o una storia qualsiasi è “epica” quando vi succede qualcosa di importante, su larga scala. Il mistero di un copriteiera non è epico. Un uomo che scopre un complotto per avvelenare un approvvigionamento di acqua e lo previene può essere epico. Un fantasy su tre desideri concessi ad una donna stupida non sarà così epico come quello della vecchia eremita che ottiene gli stessi tre desideri e decide di portare la pace nel mondo. Non che io preferisca l’epico al confortevole. A volte il confortevole ci parla più intimamente e rimane nei nostri cuori più a lungo. I miei libri preferiti sono quelli in cui il protagonista partecipa a grandi eventi che influenzano in maniera molto forte anche le piccole vite. Per questo amo così tanto Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli. I capitoli finali sono tanto significativi quanto il momento in cui viene gettato l’anello.



Che ne pensi della combinazione, nel tuo lavoro, tra ciò che è familiare e ciò che invece è completamente estraneo?

Quando inseriamo l’estraneo in una storia, la parte familiare è quella che invita il lettore, che rende la storia reale. È proprio quello che Stephen King riesce a fare così bene. Conosci la macchina, i cereali sul tavolo e il cartone in tv nella sua storia. Poi arriva l’Uomo Nero, e cammina proprio nel tuo mondo. È geniale!



Cambiando argomento, parlaci un po’ della tua esperienza alle convention!

Credo di vedere le convention in maniera un po’ diversa dagli altri scrittori. Non sapevo che esistessero fino all’età di 30 anni, quando ho pubblicato il mio primo libro. Allora partecipai alla Moscon, poi alla Norwescon, e le amai entrambe. Ma oltre a essere una scrittrice ero madre di bambini piccoli, e la carriera di pescatore commerciale di mio marito mi portava spesso ad agire come un genitore single impegnato in una relazione stabile. Così, nel decennio successivo, ho portato i miei figli alle convention. Questo significa che andavo agli stand ai quali erano interessati, e se fossi stata in uno stand avrei avuto un bambino di quattro anni seduto per terra a leggere un fumetto o a colorare. Non potevo andare dove venivano presentate le migliori antologie, o restare fino a tardi per i party nelle stanze (non potevo permettermi una camera d’albergo, e anche se avessi potuto non ci avrei lasciato i bambini da soli). Le convention non sono mai state un’opportunità di networking per me. Ci andavo per divertimento, poi tornavo a casa e mi rimettevo a scrivere tutta da sola. Penso di poter affermare con certezza che la mancanza di una rete di contatti ha contribuito a farmi rimanere nell’ombra per così tanto tempo. Ma ero felice, facevo quello che volevo, scrivevo le storie che volevo raccontare e riuscivo ad essere a casa la maggior parte delle volte, quando i miei figli tornavano da scuola. Oggi Robin Hobb viene invitata molto spesso alle convention, come ospite o come ospite d’onore, e questo è molto bello. Mi piace andare alle convention come una volta. Continuo a non riuscire a partecipare ai room party, ma ha più a che fare con la mia sopportazione del livello di rumore che al fatto di avere bambini con me.



Di recente ho avuto un interessante discussione con Lev Grossman sull’argomento “Cos’è che la fantasia fa particolarmente bene?”, quindi lascia che ti chieda la stessa cosa. Alcuni pensano che sia un buon parco giochi per esplorare in sicurezza quei temi che vengono molto polarizzati nel nostro mondo. Vorrei sapere che ne pensi.

Il fantasy ci permette di abbandonare il nostro bagaglio e affrontare le grandi questioni del mondo senza preconcetti. Se io creo un mondo con due religioni in lotta tra loro e nessuna delle due è la tua o quella del tuo amico, puoi seguire questa lotta e pensare in maniera imparziale. Se guardiamo la schiavitù in un modo che non ha niente a che fare con la razza, o con il senso di colpa razziale o con la storia degli Stati Uniti, penso che possiamo comprendere meglio sia lo schiavo che il suo padrone, o il loro mondo. Ripulisci il campo e crea un nuovo conflitto, e ti sorprenderai di chi finirai per tifare. Un po’ come prendere due squadre di football, rubare loro maglie e attrezzature e mandarli a giocare una contro l’altra come squadre non identificate. Immaginate una partita nella quale non sapete chi gioca o chi tifereste di solito. È questo che il fantasy fa alla vita.



Pensi mai alla base tematica delle tue storie? Sia mentre scrivi sia con il senno di poi? Oppure è completamente casuale?

Io scrivo storie. Non penso alla prefigurazione, al simbolismo o ai temi. Qualcuno molto più intelligente di me può attribuirci queste cose dopo. Io voglio solo raccontare una storia veramente valida riguardo alle domande che mi affascinano.



Ok, l’autocensura. Tu ne fai? Nel senso: ci sono cose su cui non vuoi scrivere, preferendo non trasmettere un particolare concetto? Te lo chiedo perché c’è una teoria chiamata “contagio semantico”, che suggerisce che l’espressione o la condivisione di certe idee ne incoraggino l’adozione.

Penso che tutti gli scrittori lo facciano. Ci sono stati alcuni orribili esempi, nella mia carriera di scrittrice, di quello che tu chiami contagio semantico. Quello che ricordo aveva a che fare con uno show in tv che mostrò un terribile atto di violenza. Se non ricordo male (ed è probabile che sia così) la scena riguardava un gruppo di adolescenti che violentava una ragazzina con una bottiglia. Qualche tempo dopo la sua trasmissione, la stessa cosa successe veramente, e credo che ne derivò addirittura una causa.

Ora, se tutti noi smettessimo di scrivere scene terribili per paura che succedano davvero o per timore delle cause legali, allora il fantasy e l’intera letteratura diventerebbero molto più opachi. Tutti pensiamo a delle cose che non vogliamo esprimere, come un aereo che si schianta su un grattacielo. Una volta ebbi l’idea per una storia su una persona che voleva semplicemente uccidere in maniera discreta più persone possibile. Pensai a tre possibili scenari molto verosimili, ridicolmente facili da realizzare, poi decisi di non scrivere affatto la storia.



Tu sei l’unica scrittrice “normale” in circolazione, oppure hai un capriccio o due da condividere? Qualche rituale, portafortuna, cibo, posto dove scrivere, etc… dicci qualcosa!

Penso di essere una persona veramente noiosa. Ho una vita impegnata ma molto ordinaria, oltre allo scrivere, che include un cortile, un giardino e vari nipoti che hanno sempre bisogno di un passaggio a danza o a judo. La mia casa è in disordine. I miei scaffali sono in disordine. Non mi lancio dagli elicotteri, non salto con cavalli arabi purosangue oltre le siepi e non colleziono teschi preistorici. La mia casa è indistinguibile dalle altre nel vicinato. L’unica cosa che distingue il mio soggiorno è che non ho la televisione e ci sono un sacco di librerie alte. Tutto il mio “essere una scrittrice” si svolge nella mia testa. Gli scrittori sono una minoranza tra i miei amici, vivo in un mondo di operai. Forse è per quello che un sacco di miei personaggi lo sono.



Di quali autori stai aspettando i libri con più ansia? Non limitarti al fantasy, mi interessano i tuoi gusti indipendentemente dal genere, anche la saggistica.

George R. R. Martin. Ho detto abbastanza. Sono ancora in lutto per Robert Parker, dato che non ci saranno più libri nuovi di Parker. Michael Marshall Smith (solo Michael Marshall ora, suppongo) mi fa sempre sussultare. I libri di Janet Evanovich su Stephanie Plum, per una lettura veloce prima di andare a letto. E anche Jane Johnson sta rapidamente diventando uno dei miei preferiti.



Mi piace che tu abbia incluso Parker. Nella tua lista ci sono un sacco di autori che gli scrittori in erba farebbero bene a leggere. A proposito, qual è la cosa più facile che uno scrittore in erba potrebbe trascurare ma che può influenzare o aiutare il suo successo futuro?

Siediti e scrivi. Non comprare libri sulla scrittura, non andare a nessun corso, non pagare nessun esperto. Non entrare in nessun club di scrittori, non leggere continuamente consigli online su come si scrive. Il trucco per scrivere? Siediti alla tastiera e premi un tasto dopo l’altro finché non hai finito la storia. È un lavoro che non si può evitare. Questa parte deve succedere, non importa quanto velocemente ci balli intorno. Se hai diciassette mappe, una genealogia di sei generazioni, schizzi di personaggi e costumi, oroscopi e una storia dettagliata di come è scoppiata la guerra, hai ancora bisogno di sederti e scrivere la storia. O non sarà mai un libro.



Nessuna delle mie interviste si conclude senza chiacchiere sulla musica. Sono un musicista, quindi devo sapere alcune cose. Primo: ascolti musica quando scrivi?

Sì.



Hai degli artisti preferiti che ami ascoltare quando sei lontana dal pc?

Oh, dipende dall’umore e da cosa sto scrivendo. A volte è solo la radio che trasmette in sottofondo.



Qual è il concerto migliore al quale sei stata?

Ce ne sono stati molti. Johnny Cash. Gordon Lightfoot. Paul Simon. Chubby Checker! Era per beneficenza, e ci ho portato i miei figli. Credo che sia stato il primo concerto rock per loro. E cantanti locali che probabilmente non avete mai sentito nominare. Alla “First Night in Tacoma” mi sono fermata ad ascoltare Uncle Banzai, per esempio. Ci sono musicisti più conosciuti che sanno di essere liberi di usare la mia stanza degli ospiti, come Tanya Opland, o William Pint e Felicia Dale. Ricevere visite da un musicista è come avere un uccello esotico che passa un po’ di tempo nel mio giardino!



Per finire, cosa dobbiamo attenderci per i prossimi due anni? Portaci nel futuro e dacci qualcosa da aspettare!

Be’, sto scrivendo un altro libro. E dopo questo, credo che ne ne scriverò un altro. E poi un altro. Fino a quando le mie mani e i miei occhi non si arrenderanno. (Stanno facendo una gara per vedere chi cede prima). Penso che sia tutto quello che posso dire con certezza. Scriverò altri libri. Nessuno spoiler!





Fantastico! Continua a scrivere! Signore e signori, è quasi impossibile che non sappiate chi è Robin Hobb (Megan Lindholm), ma che siate fan di vecchia data o qualcuno che ha sentito il suo nome ma non ha mai provato a leggere i suoi libri, posso sinceramente dire: leggete (o continuate a leggere) i suoi romanzi. A mio parere, i libri di Megan sono fondamentali, e dovrebbero essere letti da tutti gli appassionati di fantasy.
 
Grazie, Megan, per il tuo tempo, e per i tuoi libri!


Tor.com | You’ve Never Read Anything Like SFF Before - 7.2.2012
traduzione di Iku
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